Figlia dei fiordi

Figlia dei fiordi

Anna Micheletti, in macchina coi capelli al vento – à la Grace Kelly –, costeggia il lago Trasimeno, diretta alla villa della zia, dopo diciotto anni. L’ha avuta sorprendentemente (e ingiustamente secondo gli altri cugini) in eredità. Sente ronzarle nella testa il tarlo che, in fondo, non possa permettersela: la manutenzione d’una villa così non è cosa da poco, e lei è “soltanto” una responsabile di reparto alla Rinascente; eppure cerca, almeno per il momento, di non pensarci. Si lascia guidare in villa dalla signorina Milly, custode storica della casa. E qui, avvolta dalla magia del lago, Anna comincia a ricordare le vacanze, la sua infanzia… fino all’ultima estate, quella della maturità, quando tutto era cambiato per sempre (perché “i dopo della vita non sono mai come te li immagini”): quand’era arrivata Mia, figlia dei Fiordi. E forse, anche questa volta, in serbo per lei – che s’era sempre sentita “ai margini d’una vita che esplodeva come fuochi d’artificio ma solo per le altre” – c’è ancora qualcosa di bello: Cesare, un uomo da un passato non semplice che ormai si dedica molto agli anziani; un uomo di cui fidarsi e a cui affidarsi, nonostante tutto…

Sandra Faè ci incanta con un vero e proprio “inno alla fiducia”. Spogliata del suo raziocinio materno, del suo senso di responsabilità (che è anche un po’: senso di colpa), Anna prova, finalmente (e un po’ inconsciamente), a scrollarsi di dosso i pesi d’un’esistenza da madre single: la figlia è ormai grande e lontana (anche se temporaneamente), e l’eredità stessa di quella villa si fa occasione di pace e di riappacificazione col passato, con le aspettative e i sogni lasciati a galleggiare nel Trasimeno. Luoghi di ricordo e, insieme, di armonia, Passignano e il lago le incantano ancora l’anima e, come per effetto d’una magia, Anna ritroverà sé stessa, riscoprendosi proprio in quelle “mattate” del cuore che fanno volare – nonostante i vuoti allo stomaco – come fossero altalene dell’anima. Nei luoghi della memoria, il ricordo si moltiplica, come preda d’un vortice: allora, tra Passignano e l’Europa del Nord – in quel vecchio viaggio da cui tutto era iniziato e straordinariamente mutato – e tra Milano e Parigi – in quel nuovo viaggio in cui tutto, timido, nasce – non esiste distanza, perché l’itinerario è del cuore. Con una prosa tersa e serena, lieve e ironica anche nel dramma, l’autrice ci racconta l’inesauribile resilienza dell’esistenza.



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