Figlio di Hamas

Figlio di Hamas
Mi chiamo Mosab Hassan Yousef. Sono il primogenito dello sceicco Hassan Yousef, uno dei sette fondatori del movimento Hamas. Sono nato a Ramallah in Cisgiordania, in una regione nella quale gli unici territori non occupati erano la piccola Gerico e Gaza, un campo profughi di 360 chilometri quadrati abitato da più di un milione di persone. Mio padre è cresciuto nel villaggio di Al Janiya, nel quale mio nonno era il capo religioso, l'imam del villaggio. Mio padre seguì le orme di mio nonno e andò a Gerusalemme a imparare la sharia, la legge religiosa islamica che governa la vita quotidiana, la famiglia, l'igiene, la politica, l'economia. Ma a mio padre non interessava la politica né l'economia, voleva solo essere un capo religioso e un servo del popolo. Così studiò nella città vecchia di Gerusalemme, proprio accanto alla moschea di Al-Aqsa. Al suo diciottesimo anno venne nominato imam alla moschea di Ramallah, una città molto più caotica del piccolo villaggio di Al Janiya. Col tempo seppe farsi amare, perché in fondo mio padre era questo: un uomo che non avrebbe ucciso nemmeno un insetto e che esortava la sua gente a tornare all'Islam. Quell'Islam che tuttavia come principio base considera la vita come una scala. La preghiera occupa il gradino più basso. Al vertice c'è la Jihad, il gradino più alto occupato dai fondamentalisti. Ma Islam significa anche amore e pietà, ed è questo che incarnava mio padre anche se, con la nascita di Hamas, stava fatalmente salendo quei gradini. Hamas nasce nel 1986, in uno storico incontro tenutosi ad Hebron in cui partecipò anche mio padre. Lo scopo era risvegliare, unificare e mobilitare il popolo palestinese, con gesti di disobbedienza, azioni dimostrative, lancio di pietre. L'anno successivo ci fu la Prima Intifada, repressa in modo barbaro dalle IDF, le ben armate forza di difesa israeliane. Hamas cresceva, facendo vacillare il predominio politico dell'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina). L'OLP non è mai stata un'organizzazione di tipo islamico. Mentre Hamas era animata dal fervore religioso, l'OLP era mossa dal nazionalismo e dall'ideologia di potere. Mio padre era contro la violenza, ma essendo uno dei capi di Hamas si ritrovò inevitabilmente coinvolto. Fu arrestato tre volte. Fu torturato, ma non cedette mai. Nel 1995 viene ucciso Yitzhak Rabin. In breve tempo la polizia dell'Autorità Palestinese arrestò i massimi capi di Hamas, compreso mio padre. L'anno successivo, roso dal rancore, mi procurai dei fucili. Odiavo l'Autorità Nazionale Palestinese, odiavo Israele, volevo vendetta. Avevo appena compiuto diciott'anni. Mi fidai della persona sbagliata, un compagno di classe che al telefono nominò più volte la parola "fucili".Ovviamente le nostre conversazioni erano ascoltate dagli israeliani. Fui arrestato, picchiato, e portato nel centro di detenzione di Maskobiyeh, denominato il Mattatoio, o la Notte Nera, dov'era stato anche mio padre. Mi hanno torturato, incappucciato, lasciato senza cibo in una putrida cella larga due metri. Poi il capitano Loai dello Shin Bet, il servizio segreto interno dello Stato d'Israele, mi ha proposto di diventare un collaborazionista. Fui soprannominato il "Principe Verde". Ora sono pronto per dirvi perché l'ho fatto e qual è stato il mio pericoloso e doloroso cammino di conversione...
"La mia vita è stata fatta a pezzi come quella piccola, incredibile, lingua di terra sul Mediterraneo, conosciuta come Israele da alcuni, Palestina da altri, e Territori occupati da altri ancora" dice Mosab Hassan Yousef nella prefazione. Anche Figlio di Hamas è dunque un libro fatto a pezzi, pur essendo cronologicamente coerente. Ricostruzione storica, violenza e conversione sembrano essere i tre temi dominanti. La divisione è anche concettuale ed è incarnata dall'autore stesso: "Sono figlio di quella regione e di quel conflitto. Sono anche un figlio dell’Islam e di un uomo accusato di terrorismo. E sono, altresì, un seguace di Gesù Cristo." Un intreccio di motivi storici, politici e religiosi che nulla addolcisce e nulla nasconde. Un brutale e lineare racconto di violenze, prima di tutto, ancor più feroce perché tangibile. Poi le rivelazioni, inedite, comprensibili anche da chi è a digiuno di questione mediorientale (decisamente utili alla fine del testo il glossario e il riepilogo dei nomi). Scritto bene, resterai attaccato alle pagine, come in Gomorra. Yousef non assolve nessuno: “Mi trovavo in un carcere israeliano quando mi sono reso conto che il popolo palestinese è oppresso dai suoi leader quanto lo è da Israele.” Questa è la forza del libro, l’equilibrio, nonostante la radicalità delle scelte di Yousef.

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