In fine

In fine
Comincia con un vago malessere, un’impressione di peso e spossatezza che si insinua strisciando viscida nelle vene. È così, con la sensazione di un’indefinita indisposizione, che Meir, quarantaduenne ingegnere di Tel Aviv, capisce che un giorno dovrà morire. Il medico che lo visita gli riscontra la pressione alta e gli prescrive farmaci e dieta. Non è un responso tragico, ma per Meir è l’inizio dello sprofondamento nella caducità. Quel male gli pare non solo un difetto di salute, ma una disgrazia che lo colpisce ingiustamente, un fallimento personale, una piaga che intacca la sua virilità. La sua banale ipertensione gli rivela di colpo che non è più giovane e non lo sarà mai più. La strada che gli si apre davanti è quella della vecchiaia, che già lo ha corrotto, e della fine, che gli appare come l’unica, ineluttabile prospettiva. Allora prende a riflettere con raggelata tristezza sul proprio corpo e avverte quanto gli si siano inflacciditi i muscoli, quanto sia ridicola la pancia che pende come un sacchetto gonfio sopra le gambe. Ricorda con stizza e rimpianto le occasioni mancate, le donne che non si è portato a letto quando avrebbe potuto. Eppure ci sono ancora tanti piaceri da gustare, e per un attimo Meir si abbandona a una vertigine di frenesia per quelle tentazioni che occhieggiano ovunque, nei chioschi di pasticceria orientale, sulle labbra carnose della ragazza allo sportello della banca. Ma l’esaltazione lascia nuovamente il posto al senso di mortificazione e insulsaggine. Quando sua madre muore, Meir comprende che l’estrema barriera che lo proteggeva è caduta. Dopo di lei, ora tocca a lui. Incoraggiato dalla moglie, decide di fare un viaggio all’estero per sfuggire alla rabbia e alla tensione che gli stanno risucchiando tutte le energie. Sale sull’aereo col proposito di concedersi un bagno di cultura europea e di assaporare le gioie del sesso più sfrenato in quelle settimane di completa libertà. Ma non è scappando che si sfugge al destino di ogni essere umano...  
In Essere e tempo Martin Heidegger teorizzava l’autenticità di quell’esistenza che è pervasa dall’angoscia del proprio essere-per-la-morte. Una consapevolezza che ha una valenza positiva, perché implica il tarare le proprie scelte esistenziali sulla certezza che la morte è un'imminenza che ci sovrasta. Nella nostra società questa consapevolezza viene il più a lungo possibile procrastinata, addirittura elusa. Sappiamo oggettivamente che tutti sono destinati a morire, ma solo a un certo punto della vita ci rendiamo conto soggettivamente che questa regola vale anche per noi. E spesso è il crollo psicologico. L’essenza filosofica di Heidegger affiora nel flusso di coscienza che ci mette a parte dell’altalenante stato d’animo di Meir, protagonista del capolavoro postumo dell’israeliano Yaakov Shabtai. Meir è una sorta di von Aschenbach del nostro tempo, che sperimenta da uomo medio e mediocre la sua “morte a Venezia”. Ma, proprio perché Meir è un uomo di oggi e non di inizio ‘900, non si aggrappa all’amore idealizzato per un simulacro di giovinezza (come è Tadzio) e si getta invece nella concupiscenza più bassa (senza per altro concludere niente neanche nel vagheggiato quartiere a luci rosse di Amsterdam, tranne qualche sporadico gesto di autoerotismo). La sua non è nemmeno la pulsione vitale del “copulo ergo sum” di cui parlava Edoardo Sanguineti, ma lo scomposto annaspare di un uomo che affoga, e abbrancando l’appiglio carnale si illude di non andare sotto. Solo alla fine Meir si spoglia del suo molesto squallore in una conclusione kubrickiana (un riecheggiare dell’enigmatico finale di “2001: Odissea nello spazio”) che, nel regredire del ricordo e della cognizione, fa convergere l’ultimo atto dell’esistenza con il suo ingresso nel mondo. La monolitica compattezza dello stile di Shabtai, che inanella periodi lunghi un’intera pagina, senza un punto né un a capo e con pochissimi dialoghi, penalizza In fine sul piano della scorrevolezza, ma non toglie nulla al suo fascino. Un libro non semplice né immediato, ma ugualmente avvincente e soprattutto salutare. Uno di quei libri che magari non trascinano, ma sicuramente fanno pensare.

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