Finis terrae

Finis terrae

Villa Reale è un posto di quelli strani: patria della celebre azienda Riso Lembo, simbolo dell’eccellenza agroalimentare del luogo e allo stesso tempo sede di una discarica di rifiuti chissà quanto tossici, il cui traffico forse arriva a coinvolgere finanche le mafia. Una terra che certi politici vorrebbero valorizzare – anche se solo a scopo propagandistico – per farne la nuova Food Valley, ma che industriali senza scrupoli continuano a inondare di liquami d’ogni tipo, avvelenandone l’acqua e la terra (il percolato letale finirà poi nelle falde? Be’, tanto peggio per le falde!); dove c’è una centrale nucleare già bella che dismessa, ma che conta più operai di un’azienda perfettamente attiva… In questo posto tanto strano – ma tanto nostrano – il giornalista Angelo Corelli sta indagando sulla morte evidentemente non naturale di don Andrea, prete battagliero al quale quel via vai di camion nella notte – con la connivenza dei tanti che potrebbero, e in alcuni casi dovrebbero, denunciare, ma preferiscono far finta di niente – non andava affatto a genio. Ma intanto si accumulano stranezze su stranezze, e insieme ad esse le domande che ne scaturiscono: com’è scomparsa Lara Petrescu, la spogliarellista dell’Iguana Blue? E come mai il tamponamento di Martino Manzoni ai danni di Paola Terenzi sembra così poco casuale?

Finis Terrae, di Gian Luca Campagna – autore laziale cui non bastano cinquecento pagine per raccontare tutte le storie che la sua penna tira fuori un capitolo dopo l’altro – è certamente un “noir mediterraneo”, come recita la copertina, ché parla dei problemi nostri e dei loro intrecci più perversi e insospettabili (e per questo tanto più perniciosi). Ma la sua valenza contenutistica e speculativa sembra aspirare a un orizzonte ben più ampio (e fin dalle prime pagine, nelle quali il disincantato protagonista e il cocciuto e fiero Trotsky si scontrano a colpi di dialettica su comunismo e impegno sociale), nel quale il vero argomento da trattare non è questo o quel crimine, e uno o più colpevoli da scovare, ma un mondo marcescente in cui – smarrito il senso complessivo delle cose, dei fini generali e di ciò che veramente conta per tutti – nulla può più funzionare come dovrebbe perché il male, fattosi sistema, ha messo in moto meccanismi troppo più grandi della buona volontà e perfino dell’eroismo dei singoli. Non c’è bisogno di andare a cercarla in orizzonti remoti o alternativi: la distopia è mediterranea ed è dietro l’angolo, in un orizzonte capitalistico planetario nel quale l’espressione “industriali senza scrupoli” è ormai pleonastica.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER