Fino alla fine del giorno

Fino alla fine del giorno
Santa Cesarea, provincia di Lecce, metà degli anni Ottanta. Il piccolo Danilo si guarda intorno, dipingendo uno scenario tipicamente meridionale: “In famiglia siamo sei, di famiglie dico. […] A conti fatti […], siamo ventiquattro cugini. Lo zio Rocco dice che possiamo fare una bella squadra di calcio mista maschi e femmine con tanto di panchina lunga”. Danilo adora lo Zio Luca, solitario e malato: “Però non è una malattia di quelle che si curano con le medicine. La mamma dice che la medicina è il tempo”. È lui a insegnargli la disciplina della pietra perfetta, “quella che ha l’anima di un pesce volante”, che lui una volta fece rimbalzare sull’acqua per ben dodici volte. È a fine estate che Danilo conosce la sua platonica anima gemella, il suo alter ego, Francesca “la pazza”. Secondo capitolo, vent’anni dopo: cosa ne è stato del paradiso di Danilo? Esploso, smembrato in tante piccole solitudini, a partire da quella di Danilo stesso. “Penso a mia madre, ieri al telefono era triste. Sono mesi che non torno a casa per il week end”: è la condizione tipo della generazione X, la conquista di una libertà dal nucleo famigliare che però non corrisponde ad alcunché: manca il lavoro, mancano gli ideali, mancano gli affetti. E se Danilo bighellona amaramente alla ricerca della mutande perdute, convinto che ritrovarle equivarrà a un simbolico riscatto, meno leggeri sono altri percorsi: l’amore impossibile del poliziotto Franco con un marchettaro, quello tra la cinquantenne Dora e il suo giovane insegnante di informatica, la pazzia di zio Luca in balia di un esistenzialismo allucinato. E ancora i drammi di Francesca e “La banca dei sogni infranti”, il sito inventato da Danilo per raccogliere le disillusioni del mondo...
Fino alla fine del giorno è una volata rapida e impietosa su una provincia salentina che tutto è meno che turismo e pizzica. Esistenze tradite e legami in bilico, in una realtà dove l’unico conforto è la musica. Piliego ne è infatti un ottimo conoscitore e addolcisce le sue sventure con una colonna sonora suadente e argomentata. “La voce di Donovan è una di quelle che quando metti su il disco senti quasi di non meritare. Sembra così poco compromesso dalle cose terrene, così al di sopra delle imperfezioni, come in una bolla psichedelica che protegge da tutto. Credo le piacerà, Donovan è una speranza”. Ogni capitolo si apre con uno sguardo all’attualità e alle sue ripercussioni sul narrato: “Solo nel 1991 ne sono arrivati 40.000. Albanesi, aggrappati a barconi, a una speranza e a un barcone. […] Lo vediamo in televisione ma basta affacciarsi alla finestra e lo spettacolo è lì. E noi siamo i protagonisti, forse per una volta siamo migliori, meno disperati”. In tal senso si può dire che il tempo (inteso come metro della Storia) sia uno dei protagonisti del romanzo: “I citofoni dei condomini raccontano vite. All’inizio tutti i campanelli raccontano di felicità, di coppie appena sposate, orgogliose di avere il cognome accanto a un altro. E mentre il palazzo si consuma, anche le vite al suo interno fanno lo stesso e poi finiscono. E spariscono pian piano i cognomi e cambia l’odore dell’ascensore”. E non bastano le incursioni in città per trovare sollievo: “Lecce è come una donna vanitosa, una di quelle che ci va pesante col trucco. Immobile, ingozzata da troppo barocco che la costringe a terra, deserta mentre tutti sono al mare con le chiappe al fresco”. Ecco perché, quando anche Francesca abbandona la scena, a Danilo non rimane che fare valigia, metterci dentro musica e mutande e sperare di partire anche lui, stavolta per davvero. Nonostante la specificità delle storie, Piliego è abile nel selezionare frangenti universalizzabili, permettendo l’immedesimazione in ogni singolo personaggio. A un registro medio fa da contrappunto un’ispirazione inesauribile e la benvenuta mancanza di disperazione spettacolarizzata. Nonostante sia più una raccolta di racconti intrecciati il romanzo non annoia mai, anzi, gode di una piacevole alternanza di toni. Se ne ottiene uno sprone a vivere intensamente, a fuggire dai retaggi culturali e dalla dinamica studio/lavoro/matrimonio/morte: una catarsi dolorosa ma necessaria.

 

 

 

 
 
 
 
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