Fiori ciechi

Fiori ciechi
Florandia, sera. Come d’abitudine, Nonno Petalo racconta alla piccola Corolla la storia della buonanotte. Quella storia che si perde nella notte dei tempi e che narra di quel giorno in cui Gaia, la terra, si aprì in due per accogliere nel suo grembo la malefica razza umana. E di come da quella distruzione nacquero i garofani. Florandia, giorno. C’è una riunione dei fiori, si discute di argomenti importanti: si pensa ad una guerra. Che questi garofani si stiano umanizzando? Nonno Petalo, attaccato al suo garantismo, si oppone con tutte le sue forze. Ma all’improvviso, compare Tibbs, accompagnato dalla sua Ombra, e ci si trova all’interno della rappresentazione teatrale scritta dallo stesso… Un uomo passeggia sulla spiaggia con il suo cane. In quel silenzio, rinviene una bottiglia e all’interno della stessa una lettera che contiene una storia. La storia triste di un mondo sommerso dai rifiuti e dell’inquietante figura del probobacter, un mostruoso batterio che distrugge tutto e che è il manifesto di un delirio di onnipotenza tutto umano… 
Fiori ciechi, opera della scrittrice sassarese già conosciuta per il volume Dalle galee al bagno al carcere, per i racconti e le poesie pubblicati in varie riviste e per la continua collaborazione in varie testate, consta di due racconti: Fiori ciechi, che dà appunto il titolo all’opera, e I probobacter. Nonostante a una prima lettura si abbia la sensazione di dimorare in un mondo quasi da favola, Fiori ciechi è, a dispetto dell’apparenza e dei personaggi - che, appunto, sono fiori - un racconto ricco, dalla costruzione architettonica complessa che offre una lettura su più livelli. È un continuo intrecciarsi di favola e realtà, di sogni confinanti con gli incubi, di metateatralità, di ambientazioni surreali che, in sottofondo, mostrano la cruda realtà. Predominano in esso i simboli e temi di natura filosofica. Il tema del doppio, dello spossessamento, il tema dell'Idea che tutti, bene o male, perseguiamo. La maledetta idea che lacera gli animi, che, talora annichilisce e, talora, arricchisce. Con uno stile molto incisivo e scevro di orpelli che in alcuni passi diventa addirittura feroce, la Pinna ci offre un quadro colorato dalle evanescenti tinte della malinconia olezzanti di presagi di morte,  intervallato da un onnipresente senso di vertigine a cui si accompagna un metaforico urlo quando, leggendo le sue parole si precipita in un baratro che pare senza speranza. Ci si può smarrire in queste pagine dal forte sapore surreale, ma pur sempre vere. 

 

 

 

 
 
 
 
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