Fisica della malinconia

Ancora bambino, il protagonista s’accorge di soffrire di una sorta di strana malattia, che più avanti il suo medico gli diagnosticherà come “empatia patologica o sindrome ossessiva empatico-somatica”. Il suo immedesimarsi con l’altro, che sia uomo o donna, estraneo o parente, animale o creatura mitologica, è totale. Nei salti di tempo, il ragazzo può scegliere di percorrere i corridoi di altre vite in altri corpi, entrando fisicamente in stanze permeate da racconti già ascoltati nelle storie di famiglia, o dentro altre mai sentite prima, vestendosi in pratica del corpo dell’altro, di modo che la percezione è completa. Si tratta di sensazioni tattili, visive, emozionali. Il nonno ancora piccolo e abbandonato dalla madre al mulino, perché la povertà ti riduce all’abbandono speranzoso di una fortuna; ancora il nonno, questa volta soldato, ferito e soccorso da una donna che, per amore, lo cura e lo tiene nascosto alla guerra e alla pace; oppure immedesimarsi nella lumaca che scivola intera e viva nella bocca del vecchio nonno, come rimedio all’ulcera dolorosa; e ancora, la solitudine del Minotauro, destinato al suo personale labirinto ancora bambino, senz’altra via d’uscita che sbarrare le fughe altrui. Difficile dire come questo romanzo prosegua. Con l’avanzare dell’età la malattia tende a dissolversi. Ma, ci si chiede, il suo è un guarire o un ammalarsi veramente? Così il protagonista già adulto, per compensare, deve comperare le storie altrui, girando il mondo con i soliti tempi e modi ascoltando, offrendo denaro e compagnia in cambio dei racconti. Altri modi per guadagnarsi una storia? Confezionare capsule del tempo, così tanto in voga negli anni ottanta. Il loro significato era chiaro: cimeli sotterrati per generazioni non ancora nate. Simboli, richiami, affetti, sublimati in oggetti d’uso quotidiano che scandivano l’incedere malinconico del tempo. Infine, la città di T., dove il protagonista vive, non è certo il luogo più felice della Terra, dimenticato anche dalle previsioni meteorologiche. La malinconia è il tappeto sopra il quale camminiamo e ogni cosa bella contiene in sé già il germe della malinconia, che come l’anima resta e se ne va dal corpo una volta che tutto è finito e compiuto…
Non solo quest’opera soffocherebbe dentro la dimensione categorica del romanzo, ma, addirittura, tentare altre classificazioni sarebbe inutile, stupido e probabilmente controproducente, trasformando l’arabesco di scritti che lo compongono in una sorta di eterna bozza mai chiusa. Invece non è così. Fisica della malinconia è metafora stessa della metafora a cui vuole puntare. Il labirinto, che da quando ho letto questo libro ossessiona i miei giorni e le mie notti, è ovunque. “La cosa più angosciosa del labirinto è che ti trovi ininterrottamente in una situazione in cui devi fare una scelta. Ti sconvolge non la mancanza di un’uscita, ma l’abbondanza di uscite”. Così cominci a pensare e a sognare i muri alti che ti dirigono e ti perdono allo stesso tempo e al Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, già mostro prima ancora che creatura senza colpa e condannato a smarrirsi in una gabbia costruita apposta per la sua condanna.  Dunque, non un romanzo, non un saggio. Un sunto di tanti generi, un compendio di ragionamenti tessuti sopra la malattia-dote del protagonista. È vero, la malinconia non è un sentimento positivo, ma è certamente un humus sopra il quale creare e generare. Mi domando se i dinosauri, o anche certi uomini, non si siano estinti per mancanza di malinconia. Un pensiero pazzo, forse. Da uno che ama girare dentro il labirinto, dopo aver spezzato il filo rosso che lo teneva legato all’uscita.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER