Follia maggiore

Follia maggiore

Monterossi ormai ha lasciato “la grande fabbrica della merda”, il suo progetto per il futuro non è ben chiaro – i malpensanti dicono nemmeno a lui – e così quando Oscar Falcone, l’amico investigatore (diciamo), gli chiede di accompagnarlo, sale in auto – la sua – e va. Devono ritrovare uno scomparso che però ha lasciato più briciole di Pollicino. Lo trovano a Napoli, in un elegante albergo dove si respira un’aria retrò e di antico lusso. Umberto Serrani, ultrasettantenne che alla fine scomparso non è per nulla, sta ascoltando nella sua suite un’attrice che gli legge un libro di Zola. Non si turba nello scoprire che il figlio lo ha fatto cercare, sa bene che in realtà sta cercando di salvaguardare la sua eredità, con tutta calma accetta di tornare a Milano. Mentre il Monterossi fa l’autista, il sovrintendente Ghezzi ‒ sempre sotto copertura ‒ arresta un paio di dipendenti di un ospedale, ed è alle prese con la presunta richiesta di pizzo ad un barista cinese, presunta perché il barista non è che abbia proprio capito bene cosa gli ha detto il tizio. Ma un taglieggiamento, presunto o reale che sia, soprattutto se messo in atto da qualcuno che ha esibito un distintivo della polizia, richiede un’indagine. Nella stessa zona in cui si trova il bar, una donna, tale Giulia Zerbi di cinquantanove anni, è vittima di uno scippo quantomeno anomalo, che ha come conseguenza la morte della donna. Quello che nessuno sa, è che la donna è stata molti anni prima il grande amore del Serrani, finito chissà perché. E lui, costi quel che costi, vuole scoprire chi ha ucciso la donna e non solo…

Il curriculum di Robecchi è noto ai più: giornalista, autore televisivo e teatrale, appassionato di musica e casualmente scrittore. Casualmente perché quando ha scritto il primo romanzo con protagonista Carlo Monterossi è rimasto spiazzato dal successo di questo personaggio. Non è un investigatore, non è un detective privato, insomma non è uno che gli omicidi e i reati se li trova sulla scrivania per lavoro. Monterossi è uno che di mestiere fa l’autore televisivo (la fabbrica della merda di cui sopra), il programma che si è inventato ha un successo che potremmo paragonare a quelli della domenica pomeriggio, lacrime fintissime sostituite in tempo zero da storie d’amore (solo e rigorosamente contrastate), luci accecanti e una conduttrice con un ego di dimensioni stratosferiche. Ma a lui, “quella roba lì” (così la definisce l’autore), pur apprezzando il riscontro economico che gli consente di vivere da ricco, in fondo gli fa un po’ schifo. Dire che Robecchi da quando ha iniziato a scrivere va ad ogni romanzo un pochino oltre potrebbe sembrare banale, ma come dicevo, il suo “eroe” non è uno che i reati li bazzica per lavoro e trovare sempre nuovi modi per farcelo inciampare e rimanerne coinvolto, alla lunga diventa difficile. Altrettanto difficile a mio parere è affrontare quelli che sono i mali o comunque le problematiche sociali, ponendo il focus su qualcosa di particolare. Fondamentali e imprescindibili anche i coprotagonisti, sovrintendente Ghezzi in testa ma tutta la squadra al fotofinish e i meccanismi perfetti per cui la legge e la vita interagiscono e si integrano a vicenda.



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