Foresta nera

Foresta nera
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David Miller ha un rapporto quotidiano con la morte, perché fa l’imbalsamatore e acconciatore di cadaveri: lotta contro pallori, irrigidimenti, lesioni, liquami e lividi per rendere meno duro l’impatto con la perdita dei propri cari ai suoi clienti, ma nonostante svolga un compito ingrato e prezioso è decisamente malpagato e infelice. Il suo sogno nel cassetto è fare lo scrittore, ma il suo romanzo d’esordio – un thriller dalle atmosfere macabre (sorpresi, eh?) intitolato Dalla parte dei morti – non ha avuto alcun successo. L’unica cosa che sembra avergli portato è l’ossessiva attenzione da parte di una lettrice che lo corteggia con lettere e mail sempre più pressanti e paranoiche firmate Miss Hyde che stanno minando seriamente la psiche di sua moglie Cathy, un’infermiera disoccupata. David e consorte faticano ad arrivare alla fine del mese e hanno speso tutti i loro risparmi per avere la piccola Clara grazie all’inseminazione artificiale. C’è l’inseminazione ‘naturale’ di un amico della coppia però dietro alla nuova gravidanza di Cathy, che la donna ha tenuto segreta al marito e ha tolto di mezzo con un aborto. Mentre lei lotta con gli sgradevoli postumi dell’interruzione di gravidanza, David riceve una insolita proposta di lavoro: uno psichiatra milionario paralitico di nome Arthur Doffre – stregato dal suo romanzo – gli offre una vagonata di euro per scrivere un altro libro però con lui protagonista (un lui giovane e sano): ma Miller dovrà scrivere il romanzo in uno chalet remoto al centro della Foresta Nera in compagnia della sua famiglia, di Doffre e di una prostituta/badante da lui ingaggiata per l’occasione, e con un tema obbligatorio, la carriera nefasta del serial killer Boia 125, che è misteriosamente legato allo psichiatra...

Scritto 3-4 mesi prima dell’uscita (assai travagliata e a lungo attesa dopo anni e anni di rifiuti da parte di numerosi editori) del romanzo d’esordio La camera dei morti - che ha decretato il successo a livello internazionale di Thilliez, Foresta nera è ancora immune dalla pressione tipica del romanziere che deve bissare un bestseller, e si vede. Si vede innanzitutto dalla scelta a suo modo coraggiosa di un thriller senza poliziotti, basato tutto sui personaggi e sulla loro (assai contorta, come ti sbagli) psicologia: il sapore è quello – macabro e morboso anzichenò – dei film neri degli anni ’70. Sesso, handicap, segreti, morte, putrefazione, bambini, psicopatie, disinfettanti, sangue, squillo/infermiere di alto bordo, cuoio nero, velluto, forbici, macchine da scrivere: tutto molto suggestivo – per chi ama un certo immaginario – ma anche piuttosto demodé. Lo scrittore francese non rinuncia al suo tipico approccio da working class hero – nei suoi libri non mancano mai accenni a difficoltà economiche, stipendi, problemi professionali et similia – e purtroppo nemmeno alle caratteristiche che rendono la sua scrittura ancora piuttosto acerba: troppe scorciatoie narrative, troppe soluzioni semplicistiche, troppe incongruenze per entrare nel pantheon dei big del thriller. Ma non è ancora detta l’ultima parola.



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