Forse

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Per raccontare una giovane donna degli anni Sessanta bisogna partire dal lontano 1942 del trasloco, della scuola dell’Assunzione, dell’amica inseparabile Gabriella. Bisogna passare attraverso i nove mesi di occupazione tedesca a Roma, quelli del borotalco e dei francobolli, raccontare le vacanze sul Monferrato. Con la quarta ginnasio arrivano la soggezione nei confronti dei “cognomi dal suono di antiche trombe” delle compagne e i primi inviti alle feste. Il coinvolgimento nell’iniziativa di “Aiuto Cristiano” patrocinata da alcune signore dell’aristocrazia romana lascerà presto il posto (senza molto successo) agli scout e (con ancor meno successo) agli scioperi in ambito scolastico. La prima macchina da scrivere, un tavolo da ping pong e il viavai degli amici del fratello... Qualche volta nel gioco, dimenticandosi di se stessi, ci si può sentire felici, finché la vita, con le sue perdite, non torna ad aprire crepe su quell’euforia per poi lasciar posto nuovamente ad amicizie e letture totalizzanti, alle vacanze in montagna, ormai senza i genitori. Arriva il 1949, Rosetta non è più una entité négligeable. È l’anno in cui conosce Peppe. Una relazione non da subito accettata in famiglia e sottoposta a molte prove, tra cui le conseguenze impreviste di una trasferta di lavoro in Congo. Peppe è affascinante, suo fratello sta facendo carriera nel cinema e lui ancora non sa bene cosa vuol diventare. E non lo sa ancora nemmeno Rosetta: tra il primo incontro e il matrimonio, e di lì a quegli anni Sessanta-Settanta così difficili da raccontare, ci sono ancora tanti giorni e vari anni, a volte sperperati col naso per aria, all’Università, a Londra, sul monte Faito, ancora a Roma...

L’incipit del libro è folgorante: “Io sono morta tre volte”. L’intenzione di raccontare la donna sopravvissuta alla seconda di queste morti è una sfida a quell’esser morta, a quella figura sfuggente, a quegli anni che sembrano infilarsi “giù per un imbuto lasciando a galleggiare solo dei frammenti” di un grande affresco anni Sessanta-Settanta. L’autrice vorrebbe “restituirgli un odore che non sia solo l’esalare delle petunie al tramonto”, “ridargli un suono oltre quello del disco che gira sul grammofono nella camera da gioco dei bambini: Era una casa molto carina, | senza soffitto senza cucina...”. Ricordare significa in primo luogo restituire senso del divenire e concretezza alle cose, ed è senz’altro ciò che meglio riesce a Forse. La scrittura mette in relazione cose tra loro lontane e lo sguardo della donna di poi rende più forte l’immagine della ragazza di ieri. A volte l’esito finale è messo da parte per lasciare spazio a un senso di gioiosa o timorosa aspettativa che vorrebbe rivivere il passato indipendentemente dal suo esito: di solito il momento di un incontro, con uno dei tanti possibili amori o con la scrittura. Il titolo si deve alle parole di Erich Fried che aprono il libro, “ricordare è forse il modo più tormentoso di dimenticare”: perché dimenticare è inevitabile, qualche volta desiderabile. Non sembra possibile, per Rosetta Loy, ricordare un’epoca precisa del proprio passato senza ricordarne tutte le altre: ogni fase che ha portato la bambina morta la prima volta alla giovane morta la seconda. Dall’infanzia all’adolescenza e poi all’età adulta, i sentimenti e le esperienze raccontati dimostrano la loro attualità nel momento in cui la smentiscono attraverso il contesto, i diversi ideali, le citazioni che rivelano una cultura (dotta e popolare) di altri tempi. Forse non è un’apologia né la dimostrazione di una tesi: è il tentativo di rimettere insieme una giovinezza attraverso le sue tappe, una vita attraverso i suoi episodi, con andamento ricorsivo più che lineare.



 

 

 

 
 
 
 

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