Per fortuna faccio il prof

Per fortuna faccio il prof

La Facoltà di Scienze Politiche ha un significato e un ruolo peculiari sia nel variegato scenario dei luoghi di cultura milanesi, sia nella storia personale e professionale di Nando Dalla Chiesa, che vi arriva all’inizio degli anni ’70, a pochi mesi dalla sua fondazione, fresco di una laurea in Bocconi e di un periodo di apprendistato in una merchant bank londinese. I suoi passi di giovane studioso dell’economia dei fenomeni criminali hanno già incrociato quelli del grande sociologo Angelo Pagani - che fu uno degli ispiratori del progetto di una Facoltà autonoma da quella di Giurisprudenza per approfondire gli studi di politica e sociologia - e di Angelo Martinelli, allievo del primo e relatore di tesi di Nando. Proprio da Martinelli Nando torna nel 1974, e in quella facoltà di Scienze politiche dove il Movimento Studentesco è fortissimo viene a contatto con la RAP, ossia la Ricerca Alternativa Parziale che appassionava i giovani ricercatori e produceva seminari frequentati da un pubblico estremamente eterogeneo. In qualità di addetto alle esercitazioni inizia la sua ridefinizione di studioso, un processo che da giovane economista lo porterà a reinventarsi sociologo dell’organizzazione, nella convinzione che questo fosse il miglior ambito di applicazione possibile della sintesi tra il suo essere marxista e i suoi studi di economia. Ed è di nuovo a Scienze Politiche che Nando Dalla Chiesa torna nel 2008 dopo un periodo di full immersion al servizio della società civile, iniziato nel 1992. In questo lungo intervallo è stato Deputato, candidato a sindaco nella Milano che sperimentava l’elezione diretta con le vele della Lega ben spiegate a cavalcare il vento degli scandali, è stato Senatore, Sotto Segretario all’Università e alla Ricerca, Presidente di Libera e uno degli uomini simbolo della lotta Antimafia…

Il ritorno a Scienze Politiche segna una nuova reinvenzione di sé e del suo ruolo di professore, quella che lui stesso, in una bellissima lettera di ringraziamento ai suoi studenti, definisce la sua quarta rinascita alla soglia dei sessant’anni; ritroverà il suo vecchio corso già diviso in tre e finirà per inventarsi quella che sarà la ragione della sua felicità: il corso di Sociologia della criminalità organizzata! Un corso per il quale la prima mattina di lezione auspicava almeno i proverbiali 25 auditori di manzoniana memoria, e incredibilmente, è proprio quello il numero di persone che, tra amici, supporter e curiosi si è riunito nella saletta del cinema per bambini in cui si teneva la lezione inaugurale. Al termine del semestre gli iscritti saranno diventati 90 e lui avrà fatto incontri che rimarranno per sempre nel suo cuore, come le due ragazze che diventeranno le sue principali collaboratrici. Il quarto stadio della sua vita, la quarta rinascita, è forse la meno traumatica, nonostante le delusioni che l’hanno preceduta, e al contempo la più epifanica, la più completa, quella che alla soglia dei sessant’anni lo ha messo in cammino verso un futuro che quell’ennesimo primo giorno di lezione non poteva prevedere ma che, come si intuisce da ogni riga di Per fortuna faccio il prof, lui deve aver straordinariamente amato. I suoi studenti, le giovani menti che ha formato e da cui al contempo ha imparato, sono gli astri attorno a cui ruota la vita di questo straordinario professore che ha raccontato innanzitutto il proprio incantamento quasi incredulo per la propria professione. Per dirla con parole sue: “Questo non è un libro di denuncia dei mali dell’università. Non è un’accusa contro lo Stato che non investe nella ricerca. E nemmeno deplorazione delle distanze tra strutture e tecnologie dei nostri atenei d’eccellenza e quelle dei maggiori atenei stranieri. È invece un libro che canta la bellezza dell’insegnare e del vivere in università, racconta il piacere delle sfide culturali, la meraviglia dell’incontro con le generazioni più giovani, la scoperta di realtà e sentimenti sempre nuovi, la ricchezza nascosta dei percorsi collettivi. È un libro che dimostra che il nostro sguardo serve non solo a vedere le cose ma anche a farle nascere e che la cultura scientifica può farsi cultura civile e propagarsi come incendio nella prateria”. È, anche, innegabilmente la testimonianza di un uomo che sarà ricordato da chiunque sia stato nella sua aula come un Maestro, prima ancora che come un professore, ma questo lui non poteva dirlo e lo diciamo noi.

LEGGI L’INTERVISTA A NANDO DALLA CHIESA



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