Fosca

Fosca

Un irreprimibile bisogno spinge Giorgio a scrivere le sue memorie: ora che il tempo ha curato le ferite ma non cancellato i sentimenti, può confessare a se stesso e ai posteri i funesti eventi accaduti negli anni della sua gioventù. Dal congedo per malattia, vissuto nel tedioso paesino natale in attesa di tornare al reggimento, all’incontro con la magnifica fanciulla di nome Clara, colei che il suo cuore rapì appena giunto a Milano. Ma è nelle pieghe della luce dorata di quell’amore proibito e consumato segretamente che fa la sua comparsa una strana creatura, laida e sventurata come nessun’altra ne aveva mai viste prima. Si tratta della cugina del colonnello, Fosca. Da quell’istante la felicità di Giorgio e la sua sanità fisica e mentale sono appese ad un filo…

Dalla penna ispirata del genio della “Scapigliatura” il romanzo incompiuto (sono di Salvatore Farina gli ultimi due capitoli) che l’autore si portò dietro fino alla prematura morte. Possiamo considerare Fosca l’espressione del sublime in Igino Ugo Tarchetti, l’esplorazione testarda del sentimento che spinge alla felicità estrema e contemporaneamente ad un abisso senza fondo. Da un lato l’amore puro e passionale di Giorgio e Clara, che quasi fa dimenticare il peccato di lei, già donna sposata e madre. Dall’altro quello malato e ossessivo verso Giorgio di Fosca, “(…) la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso”, la cui bruttezza non era mitigata che dalla sua sventura. Che i nomi delle due donne evochino luce e ombra non è ovviamente un caso, poiché rappresentano le due polarità antitetiche tra le quali Giorgio si muove, si dibatte: l’una è l’ebbrezza della felicità, l’altra lo spettro del disfacimento. Amore, tormento e follia formano un triangolo inevitabilmente fatale che completa questo dramma ottocentesco. Niente eroi, qualche eco manzoniano che riecheggia nella finzione del manoscritto ritrovato e nell’accurata descrizione del paesaggio padano, ma soprattutto la lucida analisi di una nevrosi. Dal 1869, anno di pubblicazione postuma, Fosca è considerato e non a torto il capolavoro di Tarchetti. Cupo, anticonvenzionale e contorto al punto tale da risultare ancora oggi lettura modernissima, affascinante e disturbante ma al tempo stesso piacevole.



 

 

 

 
 
 
 

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