Franklin Evans, l’ubriaco

Franklin Evans, l’ubriaco
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Stato di New York, 183*. Un grosso carro è fermo di fronte a una locanda lungo la strada maestra di Long Island. Un ventenne robusto con una vecchia valigia nera chiede un passaggio per New York: si chiama Franklin Evans e vuole andare a cercare fortuna nella grande città. Si accorda sul prezzo con il conducente, fermandosi a bere qualcosa con lui ed evitando le domande indiscrete dei gestori della locanda – conosce bene il padrone, un tempo un brav’uomo, ora schiavo dell’alcool, rovina di ogni famiglia felice. Divide la diligenza con altre quattro persone, tra cui il giovane e vivace John Colby, con cui entra subito in confidenza, e Stephen Lee, un distinto ometto che per tutto il viaggio intrattiene il gruppo con aneddoti di storia e tradizioni locali. Una volta giunto a Brooklyn Evans, squattrinato, senza famiglia né amici ma intraprendente e pieno di speranza, trova una pensione a buon mercato in cui dormire e si affida da subito ai due compagni di viaggio. Lee gli procura un lavoro ben pagato in banca mentre Colby, nonostante l’iniziale reticenza di Evans che ha ben scolpiti in mente gli avvertimenti di Mr.Lee – New York è un luogo insidioso, pieno di tentazioni per un onesto ragazzo di campagna –, lo introduce poco a poco a tutte le voluttuose abitudini cittadine…

Nel 1842, ben prima della consacrazione a “poeta d’America”, un appena ventitreenne Walt Whitman affrontava il primo gradino della scalata verso il successo pubblicando sul giornale “The New World” il suo primo romanzo, Franklin Evans, l’ubriaco. Commissionato da Park Benjamin, allora direttore della testata e convinto sostenitore della temperanza, questo breve romanzo fu scritto in soli tre giorni – per ironia della sorte, impresa possibile solo “con l’aiuto di una bottiglia di porto” su ammissione dell’autore stesso – e vendette un numero strabiliante di copie. È il resoconto dai toni melodrammatici della caduta di Franklin Evans, ingenuo ragazzo di campagna, in una spirale di aberrazioni causata dall’abuso di alcool. Gli effetti nefasti del “veleno fatale”, la loro capacità di avvilire l’individuo, far emergere i suoi istinti più squallidi, erodere le basi stesse della società civile sono raccontati da Evans/Whitman con esaltato patetismo, in un continuo scambio quasi dialogico col lettore cui rivolge accorati appelli alla temperanza. Dietro agli intenti non poco moralistici e alle tinte sentimentali di questa storia si cela forse la parte più interessante, un vero racconto dei tempi (come nel sottotitolo originale che recita A Tale of the Times), il ritratto di un’America che si prepara ad affrontare un’epoca di profondi cambiamenti: la gloriosa Repubblica delle infinite opportunità, essenza del sogno americano di cui lo stesso Whitman si farà cantore negli anni a venire, è scossa da picchi di vertiginosa urbanizzazione, instabilità finanziarie e contraddizioni insanabili, proiettata verso l’inevitabile Guerra Civile che seguirà di lì a poco. Un’ottima occasione per scoprire un Whitman poco noto, acerbo, la cui penna già sfiora alcuni dei temi portanti della sua produzione futura.



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