Fuga dall’Italia occupata

È il 2053 e da dodici anni l’Italia è in guerra. Tutto è cominciato nel 2038, quando gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno bloccato unilateralmente l’importazione di petrolio dall’OPEC firmando un accordo commerciale in esclusiva con i Paesi scandinavi, proprietari di nuovi immensi giacimenti di greggio nell’Artico. Allorché però quei giacimenti – che erano stati presentati come praticamente inesauribili – si sono rivelati quasi inutilizzabili, l’Occidente è precipitato in una crisi economica di proporzioni apocalittiche. Nel 2041 la NATO ha presentato un ultimatum ai Paesi arabi: riprendere l’esportazione di petrolio o subire una rappresaglia militare. Per tutta risposta, il Quwat, l’esercito del Golfo Persico, l’8 giugno 2041 ha bombardato a tappeto l’Italia ed è sbarcato in forze sulle coste calabresi, risalendo la penisola mettendola a ferro e fuoco. L’esercito italiano – inferiore tecnologicamente a quello arabo – ha ceduto territorio anno dopo anno, inesorabilmente, e ora pare allo stremo. Enzo e Luca sono tra i pochi superstiti di una spedizione di soccorso inviata a spezzare l’assedio di Parma: quando i soldati italiani sono arrivati sul posto era ormai troppo tardi, la città era già occupata dalle truppe del Quwat, che hanno teso loro una sanguinosa imboscata. Fuggiti a perdifiato, ora sono soli, zuppi d’acqua e fango e terrorizzati. La salvezza è a ovest, nelle zone ancora sotto controllo italiano, ma occorre prima seminare gli arabi che li braccano e poi non farsi scambiare per “camtraci” (cioè per disertori) dai reparti italiani, oppure li attende l’impiccagione per tradimento. Giunti per caso sul vecchio tracciato della A15, l’autostrada che in tempo di pace univa Parma a La Spezia, i due soldati in fuga decidono di provare a raggiungere la Liguria…

Laureato in Storia e molto attivo sul web con lo pseudonimo di Sonny, il lombardo Dario Delvecchio debutta come romanziere con questa distopia militare non priva di fascino sebbene sicuramente ancora acerba. Il tema di un’apocalittica invasione araba del territorio italiano, già trattato da Mario Farneti nel secondo romanzo della sua memorabile Trilogia di Occidente, non è estraneo alla vera cronaca storica e alla nostra memoria come popolo, perché nei decenni precedenti l’anno Mille l’Islam cercò – invano – di conquistare l’Italia meridionale dopo aver preso la Sicilia. L’esercito del Golfo Persico immaginato da Delvecchio, il Quwat, non usa scimitarre e lance ma un armamentario modernissimo e letale, molto superiore tecnologicamente a quello italiano. Colpisce positivamente il rispetto per la cultura araba da parte dell’autore (rappresentato tramite la passione di Enzo e la presenza di un dissidente islamico, Abdel, nelle fila dei disertori-partigiani italiani), che non cede alla facile tentazione di trasformare in macchietta gli invasori e in propaganda politica il suo romanzo. Del profilo “jihadista” che l’opinione pubblica europea e americana attribuisce necessariamente agli islamici rimane poco, per fortuna (solo la trovata della terrificante Muhimmat, comunque azzeccata), e questo giova alla credibilità della storia. Apprezzabili anche l’assenza di retorica nella descrizione degli eventi, la nettezza di uno stile di scrittura privo di ampollosità e duro come si chiede ad un romanzo di guerra. Buona la caratterizzazione di alcuni personaggi (il colonnello Falchi, la giudice Lazzaro della Corte Marziale), troppo stereotipate invece le altre figure. Ma il vero punto debole di Fuga dall’Italia occupata sono i dialoghi, che dal punto di vista del contenuto sembrano presi di peso da un film action di serie C e dal punto di vista della forma sono gestiti in modo a dir poco scolastico. I personaggi parlano troppo e parlano male, diventando ben presto quasi fastidiosi per il lettore, bombardato da punti esclamativi e da informazioni superflue su chi pronuncia la data frase, con che tono lo fa e in risposta a quale stato d’animo. Bisognerebbe prendere esempio da Cormac McCarthy: dialoghi fatti di pochissime parole (e senza descrizione né attribuzione – eppure si capisce perfettamente sia il senso, sia l’intonazione, sia chi parla), ma capaci di descrivere un personaggio dal di fuori e dal di dentro e di farsi strada nel cuore del lettore come una raffica di M459.



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