Fughe da Hollywood

Fughe da Hollywood
C’è chi la fa risalire a “Il laureato” di Mike Nichols. C’è chi invece crede che l’onda distruttrice, e al contempo (r)innovatrice, sia partita con gli hippies di “Easy Rider”.Altri addirittura ne vedono i prodromi in “Gangster Story” di Arthur Penn. Da qualunque parte la si voglia guardare e da qualunque film la si voglia far nascere, la “New Hollywood”, il movimento che ha sconvolto la settima arte cinematografica nel decennio che va da metà anni sessanta ad oltre la metà degli anni settanta, ha sovertito le regole che per tanti anni hanno guidato il cinema dei grandi studios hollywodiani. Erano gli anni in cui mostri sacri del calibro di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, George Lucas e Brian De Palma - per citare i più celebri - e John Milius, Michael Cimino e Bob Rafelson - per scivolare nel meno conosciuto - muovevano i primi passi nel mondo della settima arte, chi sui set della factory di Corman, chi facendo gavetta per il piccolo schermo, chi facendo dello studio e della frequentazione di aule universitarie e sale di cinema off la sua palestra prediletta. Il mondo stava cambiando, il Vietnam e la polemica che ne scaturì, scuoteva gli Stati Uniti, le rivolte studentesche del ’68 facevano altrettanto con l’Europa. Il cinema stesso stava cambiando pelle: da una parte non si poteva fare a meno di confrontarsi con la rivoluzione portata delle nouvelle vagues europee e dall’altra si bisognava fare i conti con la crisi, di idee e di pubblico, che già da qualche hanno aveva coinvolto la Hollywood che conta. Il talento e la rabbia di un pugno di giovanissimi cineasti nati tra la fine degli anni ’30 e la metà degli anni ’40 fecero il resto...
A Simone Emiliani e Carlo Altinier, autori del volume in questione, non importa che la letteratura sulla “New Hollywood” sia così ampia ed approfondita: i due, anzi, forniscono una lettura del fenomeno che sconvolse la settima arte americana che tiene conto di quanto scritto finora sull’argomento, organizzando fonti ed informazioni in un percorso che si allontana dall’approccio puramente critico per avvicinarsi ai più placidi e oggettivi lidi della storia del cinema. Partendo dall’analisi del libro e del documentario “Easy Riders Raging Bulls”, gettando quindi immeditamente il lettore in media res, gli autori compiono un viaggio che evita di cadere nel tranello di analizzare nello specifico le pellicole più importanti del genere (forse dando per acquisita l’analisi e la comprensione della maggior parte di esse), preferendo mantenere invece un taglio che studi le dinamiche produttive del nuovo cinema hollywoodiano e che approfondisca i rapporti che esso ha intrattenuto con tutto quello che lo ha preceduto (dalle già citate nouvelle vagues europee all’underground cinema del periodo immeditamente precedente) e che intrattiene tutt’ora con il cinema moderno che è inevitabilmente influenzato dalle innovazioni portate dalla “New Hollywood”. Le questioni sociali che favoriscono la nascita di questo macro e meta genere sono lasciate sullo sfondo del volume, che si orienta su uno studio quasi esclusivamente cinematografico tralasciandoun’analisi che faccia della sociologia la sua base fondante. Fughe da Hollywood è un libro che non si fa spaventare dalla materia analizzata, che non ha paura di scendere nel dettaglio e di snocciolare nomi e cognomi non solo dei protagonisti ma anche dei comprimari, che non teme di sfondare il muro delle trecento pagine e che si aiuta nell’organizzazione del lavoro con un indice analitico estremamente curato. Fughe da Hollywood parla del cinema che ha fatto grande la Hollywood degli anni ’70, che ha regalato agli spettatori film larghi, lunghi, grossi, grandi, come “Il padrino”, “Lo squalo”, “Taxi Driver”, e per farlo capisce di dover adattarsi al linguaggio dell’arte che analizza: rimanere sempre estremamente intelleggibile, non scordando però dettagli e puntualizzazioni che possono fare la differenza.

 

 

 
 
 
 
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