Fumisteria

Fumisteria

Kalamet. Autunno 1954. Viene ucciso il comunista 39enne Rocco La Paglia, accoltellato alle spalle mentre beve a una fontana del paesino siciliano, all’alba. Aveva il cognome della madre, Donna Cosima, rimasta in cinta del moroso poi morto in guerra. Era stato bracciante e iscritto al PCI, arrestato e confinato a Favignana, partigiano e sindacalista fino alla sconfitta del primo maggio 1947 nella vicina Portella della Ginestra, infine aiutante calzolaio. Il suo grande amore, oltre alla politica, era la magnifica figlia di una cugina di secondo grado, 4 anni più giovane, Ester, occhi sull’azzurro ma di colore diverso. Solo un bacio si erano scambiati, strade diverse. Lei si era sposata tardi, a 33 anni, più per andarsene dalla famiglia che per altro, con l’avvocato Filippo Licata, timido e bruttino, basso e baffuto, di mezz’età, grande oratore, servitore di potenti, padroni e latifondisti, infecondo. Del delitto (d’onore?) viene accusato lui, per un tortuoso percorso di tracce di fumo; in carcere trova un contrabbandiere balbuziente che conosce alcune verità e molte storie…

Kalamet, borgo di pescatori e braccianti, è cittadina inventata non distante da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirello e Altofonte nella Sicilia occidentale. Fabio Stassi, bravo 53enne romano (famiglia originaria proprio di Piana), scrisse questo romanzo d’esordio quasi un decennio fa. Lo ripubblica ora con un minimo intervento stilistico e il testo in appendice della conferenza (“I muli della vergogna”, febbraio 2015) tenuta in occasione di una mostra relativa al processo per la strage di contadini del 1947 sulla spianata di un brullo valico. I primi a cadere furono muli e cavalli, poi i contadini in festa, undici morti e ventisette feriti; ne fu accusato il bandito Giuliano, dietro di lui furono mandanti i cosiddetti poteri forti (contro la lotta per la terra, giusta e democratica). Il racconto si dipana in modo studiato ed efficace, in terza sui protagonisti, ogni tanto nella prima persona del carcerato (ingiustamente). Il titolo indica la prova decisiva dell’accusa, il gusto di fare scherzi e gli altisonanti discorsi privi di serietà.



 

 

 
 
 
 

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