Gabriele d’Annunzio e la figlia Renata

Gabriele d’Annunzio e la figlia Renata

Lunedì 9 gennaio 1893, alle ore 5.15, la Contessa Maria Gravina Cruyllas, sposata Anguissola partoriva una bimba di nome Eva Adriana Renata, concepita fuori dal matrimonio con il suo amante Gabriele d’Annunzio, che ne riconobbe subito la paternità. La nuova paternità di d’Annunzio – lui già così restio a rimanere prigioniero degli affetti, anche i più intimi –, però non nasceva all’insegna della felicità se già il 31 luglio 1894 scriveva al suo amico e traduttore francese George Herelle: “Io sono molto infelice, da due o tre settimane. Sono molto infelice e stanco di soffrire. […] In queste ultime settimane il mio dolore ha oltrepassato ogni limite umano. Sono in un momento decisivo. Bisogna che io abbia il coraggio di prendere una risoluzione e di eseguirla ad ogni costo”. Non passerà infatti molto tempo che Gabriele d’Annunzio riprenderà il suo vagabondare da una città italiana all’altra, dividendosi tra Roma, Firenze, Venezia e Pescara, ma soprattutto da una donna all’altra dividendosi tra vecchi e nuovi amori. La figlia Renata, da subito ribattezzata “Cicciuzza”, gli scriverà una prima lettera non appena imparato a scrivere, all’età di sei anni: “Papaletto mio caro, da ieri che ho ricevuto la lettera tua, la porto sempre con me e non mi par vero che tu ti ricordi della tua Cicciuzza”. Nasceva in questo modo, tramite lettera, uno dei rapporti genitoriali più profondi che d’Annunzio abbia avuto. Padre di cinque figli, tre legittimi e due naturali, lo scrittore ebbe infatti con Cicciuzza un affiatamento particolare, benché generalmente assai più interessato alla sua produzione letteraria che alla sua progenie. E però Renata-Cicciuzza, dal poeta soprannominata La Sirenetta, sarà l’unica figlia ad entrare in qualche modo a far parte anche dell’opera letteraria: le attenzioni che la figlia riservò al padre a partire dalla sua entrata in guerra, le consentirono di essere e diventare quel personaggio di Sirenetta che, nel Notturno, si fa strumento di scrittura e sostegno ad essa…

Questo corposo epistolario, come gli altri curati da Franco Di Tizio, non è solo una imprescindibile raccolta di documenti epistolari che aggiungono verità ad una biografia, quella di Gabriele d’Annunzio, purtroppo conosciuta ai più solo per il suo versante aneddotico e spettacolare, ma gettano finalmente un fascio di luce vera e documentata su quelle zone di vita che - proprio perché situate a margine dell’opera scritta - ne costituiscono la premessa e la conseguenza necessaria. E questa condizione di “necessarietà” della vita rispetto alla scrittura aiuta a demistificare e depurare da incrostazioni di pregiudizio la figura dell’uomo e dello scrittore. La lettura di un epistolario risulta sempre faticosa e frammentaria, se non addirittura noiosa. Franco Di Tizio, aiutato dalla sua lunga esperienza nel campo, ci restituisce invece quasi il romanzo di una vita (anzi, di due vite, padre e figlia) senza mai stancare, senza mai far vivere al lettore l’impressione del rendiconto cronologico privo di entusiasmo narrativo. Il lettore, invece, in questo caso si trova ad essere assorbito dalla lettura, con un effetto di suspense e di curiosità che lo spingono a cercare nella pagina successiva le risposte agli interrogativi nati nella pagina precedente, fino alla fine di un lungo percorso che dura circa 500 pagine e che non stanca nemmeno quando a concludere la corsa sarà, definitivamente, la quarta di copertina.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER