The game

The game

Cos’è una rivoluzione? È la locomotiva di Stephenson o le prime fabbriche inglesi? È la piazza, il sangue, l’odore acre dei lacrimogeni? È il “che mangino brioche”? Quella digitale è una rivoluzione? E se sì, appartiene al mondo delle rivoluzioni tecnologiche o a quello delle rivoluzioni mentali? Ripartiamo da quello che sappiamo, e cioè che ogni rivoluzione prevede un nuovo ordine sociale che arriva ad occupare il suo spazio nel mondo. Tra gli anni ’80 e i ’90 una certa mutazione mentale, quella dell’uomo nuovo, si è procurata gli strumenti adatti al suo modo di stare al mondo e lo ha fatto molto velocemente. Dal 2000 in poi la rivoluzione digitale si è annidata nei gesti semplici della vita quotidiana cavalcando quella che è una naturale tendenza della mente umana, nata non per procedere in maniera lineare, quanto piuttosto a funzionare tenendo aperte più finestre contemporaneamente. Questa dell’ossessione per il movimento e per gli spazi privi di confini è un punto cruciale: l’uomo nuovo che dà vita alla rivoluzione digitale è un uomo che rende leggero e smaterializza tutto ciò che tocca, distruggendo intermediazioni, favorendo la velocità. “Che problema avevano, santo cielo? Era gente in fuga – è la risposta. Stavano evadendo da un secolo che era stato tra i più orribili della storia degli umani (…). Si lasciavano dietro una serie impressionante di disastri, e se uno avesse messo sotto il microscopio quella sequenza di disastri (…) una certa sostanza chimica l’avrebbe trovata ovunque, ma proprio ovunque, e sempre dominante sulle altre: l’ossessione per il confine (…) l’istinto a ordinare il mondo per zone protette e non comunicanti”. La rivoluzione digitale nasce quindi dalle più grandi paure dell’uomo del Novecento: le guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica. E la soluzione che l’uomo nuovo aveva scelto era quella che “toglieva la terra sotto i piedi alla civiltà da cui voleva evadere”. Il paradigma mentale del Novecento prevedeva che il luogo dell’autentico fosse nascosto in profondità, laddove solo una élite culturale aveva gli strumenti per arrivare? L’uomo nuovo riportava in superficie il cuore del mondo, per poi regalarlo a tutti…

Se non si è capito, The game parla di una rivoluzione. E chiede al suo lettore ‒ e glielo chiede subito, nelle prime pagine ‒ di capovolgere il paradigma con cui è solito guardare a questi smartphone che illuminano la nostra faccia per una media di 5 ore al giorno. Strumenti del male, pensano la maggior parte delle persone. Che ci renderanno più stupidi e rovineranno le brillanti menti dei nostri ragazzi, che infatti, sentili, non sanno neanche più usare il congiuntivo. E perdonatemi l’uso spropositato delle citazioni ma “quando la gente crede di intravedere il degrado culturale in un sedicenne che non usa più il congiuntivo, senza però registrare che in compenso quel ragazzo ha visto trenta volte i film che alla stessa età aveva visto suo padre non sono io l’ottimista, sono loro che sono distratti”. In ogni caso, quello che Baricco ci chiede è di smetterla di domandarci che tipo di uomo ci farà diventare questo iPhone, per spingerci piuttosto a domandarci che tipo di uomo fosse quello che l’iPhone se l’è inventato. Alla larga dal libro gli apocalittici e chiunque appartenga alla folta schiera dei detrattori baricchiani: di certo queste pagine non ve lo faranno amare né faranno di voi degli “integrati”. Per quanto mi riguarda, ho capito di essere di fronte a uno di quei libri spartiacque (quelli dopo i quali non potrai più pensare come pensavi prima) quando mi sono accorta, a pagina 15, che ne avevo sottolineato già la metà (come dimostra questa recensione stessa). Di libri come questi non si è mai sazi… che ci faccio con tre panini?



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