Garuda – Lo zen e l’arte di fare surf

Garuda – Lo zen e l’arte di fare surf

Winki – al secolo Fabrizio – si trova a Lombok (nel Nusa Tenggara Occidentale, in Indonesia) in visita al suo amico Marco, che vive in una località sperduta dell’isola con sua moglie Adriana e suo fratello Luca. Il motivo della “scappata” di Winki è un viaggio che lui e Marco hanno progettato mesi addietro: andare in moto dall’isola di Lombok fino a quella di Sumba, attraversando il Sumbawa alla ricerca dell’onda perfetta per surfare. A loro due si aggiunge inevitabilmente Luca, così i tre amici partono con un unico imperativo, quello di non separarsi mai, qualunque cosa accada. Dall’abitazione di Marco al porto a nord-est dell’isola sono tre ore di moto, cui seguono l’imbarco e finalmente l’approdo in terra sumbawese. Ad accoglierli c’è un nubifragio che li costringe a rimandare la partenza all’indomani, giorno in cui i ragazzi macinano chilometri incontrando scimmie, bufali e galline, arrivando infine, esausti, a Lakey Peak, nota località surfistica indonesiana. Finalmente, dopo una nottata di riposo assoluto, i tre amici riescono a passare l’intera giornata successiva tra le onde, facendo quello che più amano. Il soggiorno a Lakey Peak tuttavia ha presto una fine: la tabella di marcia impone a Winki, Marco e Luca di rimettersi in moto e raggiungere il porto di Sape, da dove potranno prendere il traghetto per Sumba e dare veramente inizio alla loro avventura…

Garuda – ‘aquila’ in sanscrito, una delle ventidue ufficiali lingue indiane – è l’animale protettore di Winki, ovvero Fabrizio (cognome non datur), scrittore, surfista e viaggiatore che raccoglie appunti delle sue avventure e delle sue riflessioni e li trasforma in libri. Desert, No destination, La baia della luna, Australia sono le sue precedenti opere, il cui trait d’union è l’amore per il continente oceanico e le onde che si infrangono su di esso. In Garuda l’attenzione si sposta verso l’Indonesia, dove Winki affronta un viaggio il cui fine ultimo e alla fine non così recondito è ritrovare se stesso, o perlomeno provare a indagarsi. Se questo obiettivo sia stato raggiunto o meno, al lettore non è dato saperlo: il termine dell’avventura non offre risposta alcuna né tantomeno riassume le sensazioni e i sentimenti provati dai protagonisti, rispecchiando quello che è un po’ tutto il corso del libro. Una narrazione piatta, trita e ritrita, che ripete se stessa di pagina in pagina, senza mai davvero offrire qualcosa di nuovo e di rinfrescante al lettore. I capitoli si susseguono imperterriti, non differenziandosi, conditi da descrizioni che o dipingono le acrobazie eseguite in acqua dai tre surfisti, o non riescono a rendere giustizia a dei panorami potenzialmente spettacolari, sia per il breve tempo dedicatogli che per un’avara scelta di parole. Inoltre, quelli che dovrebbero rappresentare i veri punti di forza di Garuda, cioè i momenti dedicati alla riflessione e alla meditazione zen, s’infrangono tra le pagine del libro come un’onda innocua sulla battigia, non riuscendo a interferire con la mancanza di vivacità della narrazione. Anzi, uniformandosi alla sua piattezza, risultano alle volte più uno sgradevole tentativo di imporre il proprio punto di vista che un invito a ritrovare se stessi e riconsiderare il proprio stile di vita.



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