GB 84

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Marzo 1984, sud dello Yorkshire. Cath sveglia Martin. Cortonwood chiude. Non c’è tempo da perdere. Da oggi lui e centinaia di suoi colleghi sono a spasso, senza se e senza ma. Sessant’anni di lotte per conquistare quelle pause pranzo e ora vogliono di nuovo cambiarle, così il carbone arriverà sempre. Diciotto sono le settimane senza straordinari oramai: risse ogni giorno, retate in tutta la zona. La bomba sembra essere definitivamente esplosa. Lo dice anche la tv. Tutti a spasso da venerdì per la chiusura di Cortonwood e Bullcliffe Wood. Si organizzano riunioni improvvisate. I vecchi vogliono mettere su una specie di quartier generale dello sciopero a Silverwood, c’è fermento ovunque. Lo sciopero a oltranza è l’unica via per sopravvivere. Tutto sembra finito. Lo sa, Martin. Per ora beve. Non c’è altro da fare... Il comitato esecutivo nazionale del Sindacato nazionale dei minatori è riunito. Terry Winters, dirigente del sindacato, non dorme da giorni. Accanto a lui il presidente. Ascoltano le rimostranze dei vari distretti. Per sei ore, ascoltano. Poi il presidente si alza e prende la parola. In una mano la richiesta dello Yorkshire, nell’altra quella della Scozia. Parla degli accordi segreti già in dicembre fra il Segretario e il Primo ministro, dei loro progetti di privatizzare l’industria del carbone, del loro sogno segreto di elettricità e nucleare, delle loro liste nere segrete, dei loro piani in poche parole per massacrare un’industria intera, la loro industria, quella dei loro padri, quella futura dei loro figli. C’è una sola risposta in difesa dei loro diritti che possono opporre a quel sopruso. La guerra! Indietro ora non si può più tornare...

Sconfitta. Quello che rimane al termine di questo romanzo a suo modo epico è solo un’ineluttabile, avvilente, raccapricciante senso di sconfitta. Non ci sono vincitori né vinti in questa sanguinosa guerra civile che ha attanagliato l’Inghilterra e più precisamente il quieto e placido Yorkshire per cinquantuno settimane. Tanto è durato infatti lo sciopero dei minatori ai quali il governo Thatcher nel 1984 aveva deciso di togliere aria e futuro. Un tutti contro tutti che David Peace rende drammaticamente memorabile in questo romanzo apocalittico, vivo e palpitante come un organo vitale colpito a morte. Giallo, noir, storia, guerra, tutte anime che s’intersecano e si avvinghiano in uno tsunami narrativo confuso ‒ ma mai confusionario ‒ che martella incessantemente il lettore per le oltre quattrocento pagine del libro a ritmo serrato, senza soluzione di continuità. Barricate, corruttori e corrotti, diritti calpestati e ripetutamente violati, capitale, stalinismo e capitalismo, squadrismo. Tutto ciò che l’Occidente ha visto spazzare via per rifarsi il look in nome di un neoliberismo sfavillante e senza regole lo si può far risalire a quell’epica e disperata battaglia dei lavoratori delle miniere dello Yorkshire a cui improvvisamente fu tolto tutto. Quasi un anno intero di battaglia, due morti, settecentodieci licenziamenti, oltre diecimila procedimenti giudiziari. Queste le cifre di quella che come dicevamo è stata la sconfitta di tutte le parti in causa. Perché di fallimento si può parlare per l’intransigente Lady di ferro che pure alla fine vide uscire rafforzato il suo programma neoliberista, ma anche per il Re Artù, il dispotico dirigente dei sindacati incapace di aprire un fronte comune al dialogo per evitare quella carneficina. Tra loro burocrati, business men senza scrupoli, servizi segreti e famiglie disperate, dirigenti corrotti, tutti accomunati da una drammatica disfatta che la storia non ha potuto far altro che decretare. Un romanzo potente, minuzioso, a tratti difficile, capace di scivolare su due piani narrativi ‒ uno storico/giornalistico più distaccato, l’altro più intimo e drammatico ‒ che Peace scrive quasi maneggiasse la steady cam, per essere sempre attaccato ai protagonisti, nel vivo della battaglia, per non permetterti mai di poter anche soltanto rifiatare.



 

 

 

 
 
 
 

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