Via Gemito

Via Gemito

Federico - Federì, nella sua Napoli - è un uomo fatto e finito, con una famiglia come tante altre e una casa a via Vincenzo Gemito, nella parte bassa di quel Vomero ampiamente dedicato ai più grandi artisti partenopei di ogni epoca. E un po’ artista si sente anche lui, anzi: sa di avere la stoffa, l’inclinazione, il talento del pittore, e sogna ogni giorno di mettere su quella mostra personale che lo renderà finalmente noto al grande pubblico e apprezzato dalla critica. È ovvio che a quel punto ci si debba arrivare, costruendo il percorso passo dopo passo; meno ovvio è come riuscirci, dato che il suo impiego di ferroviere - dove è anche molto apprezzato, per la cura che mette nel suo lavoro, pari alla puntigliosità con cui ama fare le pulci a quello dei colleghi - lo impegna per gran parte della giornata, e al suo estro non rimangono che briciole di tempo intrise di stanchezza e dei problemi quotidiani della famiglia. Famiglia sulla quale riversa tutta la sua frustrazione, addossandole la responsabilità dei suoi fallimenti e della realizzazione mancata, proprio mentre la casa in cui vivono - ogni stanza, ogni parete, ogni centimetro di aria respirabile - va riempiendosi dell’odore dei colori e dell’acqua ragia, a partire dal cavalletto eternamente piazzato al centro della camera da pranzo...

Domenico Starnone - napoletano classe ’43 - è stato insegnante e autore di parecchi volumi, dalla satira sulla vita scolastica alle tante opere di narrativa, molte con Feltrinelli, che gli hanno fruttato un notevole successo: il suo Denti, del 1994, è diventato un film di Gabriele Salvatores con Sergio Rubini, lo stesso attore che quindici anni dopo ha diretto L’uomo nero, sceneggiato insieme a Starnone, la cui storia parla di un capostazione che ambisce a diventare pittore ed è narrata in flashback dal figlio… proprio come in Via Gemito (senza tuttavia che il romanzo venga mai richiamato). Un libro interessante (per il grado di introspezione che mette in scena e il profluvio di dettagli dell’ambientazione e dell’esposizione, ciò che talvolta rende faticoso proseguire; fatica appesantita dall’assenza pressoché totale di ritmo, ciò che pare non essere proprio una preoccupazione dell’autore) che è stato in grado di aggiudicarsi il Premio Strega nel 2001, con ogni probabilità, più per la proprietà di linguaggio e la raffinatezza dello stile che per la capacità di catturare l’attenzione (che non è certo indispensabile; ma aiuta). Infine, se ci si cruccia in genere per il testo in dialetto scritto (da autori di spessore molto inferiore) in maniera banalmente onomatopeica, quando non del tutto casuale, qui il cruccio diventa sconcerto: perché dai grandi narratori - come dai grandi giornalisti - ci aspetteremmo una qualità ortografica superba, onde poter trarre insegnamento sulla lingua, unitamente al piacere della lettura; e invece qui troviamo un napoletano non sempre in linea con il dizionario. Trovare autori moderni di riferimento per questa lingua - o dialetto, che dire lo si voglia: la disputa è ancora aperta - si fa sempre più difficile.



 

 

 

 
 
 
 

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