Generazione Bataclan

Generazione Bataclan

Da qualche tempo, Anna pensa di lasciare la Sicilia; ha la sensazione che stia sprecando il suo tempo, sente di non essere dove dovrebbe stare. Manca uno sbuffo alla laurea in Lettere Antiche – al di là di quel traguardo, non riesce a immaginarsi più nell’isola. Il fidanzato di Anna, Gianluca, abita a Parigi da diverso tempo, insieme ad altri compagni di studio; è là per un dottorato, e intanto aspetta che lei lo raggiunga per mostrarle cosa significhi vivere in una metropoli europea: quanto differenti siano le abitudini, la socialità, i tempi; quanto diverse possano essere le ambizioni, le opportunità. Incontriamo Anna mentre si sta imbarcando sull’aeroplano, destinazione Parigi; è emozionata e nervosa, non sa bene cosa aspettarsi da quel viaggio. Sa che desidera partire, questo sì. Seduta vicino a lei c’è un’altra donna di nome Anna: un’altra figlia della Sicilia che, parecchio tempo prima, ha lasciato l’isola per scoprire se stessa – e per vivere un sogno romantico di un’intensità ragazzina, sposandosi quasi in clandestinità. La vecchia Anna le racconta qualcosa del disordine e della complicatezza della vita parigina: amala da turista, le ripete, perché “Parigi è un’anima che non scende a patti con nessuno, in molti restano delusi, o arraggiati”. Non c’è soltanto questo: c’è da tenere presente che gli italiani, da quelle parti, vengono chiamati “ritals” – e ciò significa che devono starsene al loro posto. “Non importa il lavoro, la posizione di prestigio che riescono a strappare, da quanto hanno lasciato l’Italia: saranno sempre ritals”. “Rital” sta per “réfugié italien”: la definizione che si leggeva sui documenti dei migranti italiani in Francia e in Belgio, diventata poi, nel corso del tempo, qualcosa di simile a un’offesa, o a una grossolana ironia. La giovane Anna ascolta la vecchia Anna; si raccontano i loro amori, Gianluca e Paul, confrontano la complessità e le fortune, i rovesci della sorte e gli azzardi; Parigi s’avvicina, ecco: sbarcano. Anna offre un passaggio alla ragazzotta, perché la vede disorientata per la probabile assenza del fidanzato, giù in aereoporto; dovrebbe esserci suo figlio, Gilles, ad accoglierla. Anna jr accetta, ma non serve: Gianluca le ha fatto una sorpresa, è là che la sta aspettando, sta per dischiuderle Parigi...

Primo romanzo della poetessa e scrittrice Maria Laura Caroniti (Sant’Agata di Militello, 1979), alle spalle diverse pubblicazioni di poesia e un vecchio quaderno di prose liriche (esordì giovanissima con la plaquette Kwaheri, 1998; tre anni fa, invece, è riemersa da un lungo silenzio, pubblicando Parole Maddalene, 2015; in mezzo, i frammenti de La bella dei Quartieri Spagnoli, 2005), Generazione Bataclan è un romanzo sugli “expats”, sugli italiani emigrati in Francia, raccontato restituendo le storie di tre donne chiamate Anna – tre destini differenti, tre generazioni differenti, sullo sfondo della caotica e oscura Parigi di questo periodo storico, ferita e flagellata dal terrorismo figlio dell’integralismo islamico. È un libro giocato per lo più per dialoghi (dialoghi fittissimi, decisamente aderenti ai tempi e ai ritmi del parlato, estremamente sensibili ai dialetti) e intervallato, qua e là, da apprezzabili conclusioni (sulla nostalgia; sulle distanze; sugli italiani all’estero). Come questa: “Hai incontrato persone improbabili, che sono diventati pilastri, e connazionali protetti da una serie di stereotipi così coriacei da sembrare macchiette: chi aveva un lavoro e rimpiangeva l’Italia che aveva lasciato da disoccupato, chi sarebbe tornato se quella troia si fosse ricordata di lui, chi sopportava a stento il Paese che pure aveva scelto, chi il lavoro lo cercava e lo Stivale non voleva nemmeno vederlo in cartina, chi partiva per spalancare i propri orizzonti ma finiva per fare il lavapiatti in nero e di tornare non se ne parlava, ché tanto una volta espatriato la bandiera che dà da mangiare non fa differenza”. È un libro sulle emigrazioni fallite, su quelle riuscite e su quelle precarie; è forse più fedele e fluido nella restituzione delle vicende della “prima” Anna, la giovanissima Anna che lascia la Sicilia per raggiungere il fidanzato e si ritrova, piuttosto frastornata, in mezzo ai suoi “colocs” (i suoi coinquilini) più o meno radicali e difronte alle sue irrisolte ambizioni. Decisamente buoni i passaggi sullo stato d’animo della “Parigi multietnica” a ridosso dei massacri dei terroristi: la Caroniti ci restituisce, tramite la terza Anna (un’insegnante “destinata” a emigrare) uno spaccato di una società fatta di tanti stranieri che si ritrovano, a un tratto, sbandati e stravolti, magrebini, tunisini, italiani o cinesi che siano, e costretti a interrogarsi sulle proprie appartenenze (religiose, politiche), in cerca di inconsapevoli connivenze o acquiescenze; racconta – accenna – a inquietudini e rappresaglie cittadine, a una rinnovata fame di resistenza (all’odio, alla violenza, alla barbarie). Non c’è nessuna descrizione delle atrocità del Bataclan – c’è l’angoscia della fuga, della ricerca di riparo, questo sì; c’è una cittadinanza sgomenta ma non sconfitta. È un romanzo d’esordio che conferma una buona personalità autoriale: un “expats blues” malinconico e vivido, a volte ingenuo ma mai caricaturale. Generazione Bataclan è stato finalista nella prima edizione del “Premio RTL 102.5 e Mursia. Romanzo italiano”; l’artista, insegnante di Letteratura Italiana, dopo qualche anno passato tra Francia e Germania si trova, attualmente, in Olanda.



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