Generazione Serbia

Generazione Serbia

1991. Subbuglio in casa Tomić. Aleksa, diciassette anni, ha pochi chiodi fissi: saltare il militare, ottenere un passaporto ed essere libero di vagabondare. Fondamentalmente, ha un desiderio prepotente, spiccio; essere lasciato in pace. Invece, prima suo padre Toma, cinquantenne, prende e se ne va di casa, per cercare di esprimere tutti i suoi talenti giovanili (con un’altra) e per ritrovare leggerezza. A quel punto sua mamma Svetlana si rivela scrittrice, poi pittrice, aspettando invano che Toma torni a farsi vivo, possibilmente implorante; nel frattempo, sta per scoppiare una guerra, là nei Balcani, e in coincidenza con quella disgrazia, in famiglia succede qualcosa di inatteso: muore il vecchio bisnonno paterno, D.M. Tomić, detto Toma il Rosso, chiacchierato come Toma Kobac Tomić, e muore ultracentenario, quando più nessuno se lo aspettava. Svetlana disinfetta la sua vecchia stanza, mette in mezzo un grande tavolo intagliato di legno massiccio, piazza due ficus accanto alla finestra e glossa: “Questa, d’ora in poi, sarà la nostra sala da pranzo. La vita va avanti”. Toma il giovane (si fa per dire), cioè il nipote di D.M. Tomić, detto Toma il Rosso, chiacchierato come Toma Kobac Tomić, telegramma da chissà dove per chiosare: “Questa è la fine di un’epoca”… 1906. Il giovane commerciante serbo Toma Kobac (D.M. Tomić) sta vivendo, a Vienna, capitale dell’impero austro-ungarico, un momento di singolare importanza: dopo qualche avventura e qualche esperienza con le anticaglie, da qualche tempo si sta dedicando alle stoffe; per via dell’errore di uno stupido doganiere di Feldkirch, ha appena perso l’opportunità di stivare seimila metri di stoffa inglese di prima qualità; deve sbrigarsi a disdire il contratto. In quel mentre, un telegramma annuncia una tremenda disgrazia: suo padre si è suicidato per un affare andato disastrosamente male. Per un attimo, il suo viso assume il colore del vetro, e una sensazione primordiale di tristezza e di paura finisce per annebbiargli la vista; sente il bisogno di stendersi, di rannicchiarsi sul letto e di calmarsi. Poi, stupito e quasi imbarazzato per quel momento di debolezza, si concentra sul futuro: un futuro che pretende dedizione immediata. Dovrà sposarsi con la figlia del maestro, con Živana, dovrà allevare i suoi figli con la dovuta durezza; dovrà lavorare duro, per restituire alla sua famiglia l’investimento di anni di studio nelle accademie di commercio di Pest, Vienna e Parigi; dovrà logicamente guadagnare tanto, è nelle cose – questo si ripete, piangendo. È come se sentisse di avere un “diritto naturale alla stravaganza, al potere e al capriccio”: per questo riesce a sovrastare lo sconforto per la perdita assurda e precoce del padre. Poteva immaginare, infatti, cosa gli era accaduto, lungo il Danubio: sapeva benissimo in che impresa s’era imbarcato...

Conosciamo Dušan Veličković, giornalista, scrittore ed editore serbo, classe 1947, per la sua intransigente opposizione al regime di Milošević (en passant, è stato esule tra Vienna, Parigi e Londra, prima di rientrare in Serbia, non senza ulteriori problemi); sappiamo che è stato anima della rivista politica “Nin” e che cura, come editore, la collana “Literature in Exile”, dedicata ai dissidenti russi; sappiamo che, da anni, collabora con diverse riviste occidentali, dal “Washington Post” al “Wiener Journal”. Veličković scrittore è stato già apprezzato dal pubblico italiano per via della benemerita, fu Zandonai, demiurgo Giuliano Geri, tra 2008 e 2013, con la pubblicazione del notevole Serbia Hardcore e poi dell’apprezzabile Balkan pin-up; in precedenza, si poteva leggere qualcosa di suo soltanto in un’ormai introvabile antologia pubblicata da Feltrinelli nel 2003 (Casablanca serba). A spezzare un silenzio ormai pluriennale sulla sua attività è stata l’onesta Bottega Errante, da Pordenone, restituendoci questo romanzo, originariamente apparso in patria nel 2011, col titolo Bela, ćao (sì, significa proprio “Bella ciao”), con un titolo ben diverso e forse eccessivamente più frontale: Generazione Serbia, scelto, probabilmente, per ricordare ai vecchi lettori di Serbia Hardcore di dieci anni fa che avevamo a che fare proprio con quel Veličković. Scelta sensata, questa di cambiare titolo? Commercialmente, probabilmente sì: filologicamente, assolutamente no – sconfiniamo quasi nell’arbitrio, abbastanza imperdonabile, perché “Bella Ciao”, nell’economia della narrazione di questo libro, ha un ruolo piuttosto rilevante, in diversi frangenti. In ogni caso: Generazione Serbia è uno spaccato sintetico, personale e molto sentimentale di un secolo e qualcosa di storia di un popolo – raccontato per lo più tramite le vicissitudini della famiglia Kobac/Tomić – ed è un’amara meditazione sulle sofferenze e sulle illusioni del Novecento serbo: s’accenna, per capirci, sia alle purghe titine (Goli Otok) che alle ripetute ambiguità totalitarie titine, si racconta il primo incontro con i rivoluzionari russi e si accenna a quanto stupido fu compromettersi con loro, e quante promesse vennero tradite; s’accenna sia ai bombardamenti della Grande Guerra che agli sconcertanti massacri fratricidi post collasso della Federativa; si ricorda la grande, perduta eredità (di stile, di educazione, di cosmopolitismo) dell’impero asburgico e si ragiona parecchio sul ruolo e sul senso degli intellettuali, e della scrittura, in genere. L’aspetto della saga famigliare – così ben fatto e ben strutturato nella prima metà del libro – finisce per scomparire e per lasciare il lettore con qualche perplessità e qualche amarezza, in compagnia soprattutto di questioni legate al presente; ciò pregiudica la tenuta del libro, e finisce per farne un ibrido tra una saga famigliare, un trattato sul ruolo degli scrittori e degli intellettuali e un tributo sintetico alla fortuna e alla rovina dei serbi. Lettura consigliata solo post Serbia Hardcore (a proposito: è tornato a disposizione, è stato appena ripubblicato dalla piccolissima Besa, nella stessa traduzione del 2008, credo) e “cum grano salis”: non aspettatevi un capolavoro – proprio no – e non aspettatevi il “grande romanzo serbo” che qualcuno sogna di leggere da anni; aspettatevi qualcosa di episodicamente ispirato, scombinato, famigliare e ombelicale, qualcosa di frenetico e fluido e poi improvvisamente tanto farraginoso, e compassato.



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