Genesi 3.0

Il ventiduenne Simon vive in una palazzina nel bosco insieme a un uomo chiamato «il Polacco», che ha un passato eroico e dovrebbe avere all’incirca cinquant’anni (anche se «ne dimostra una ventina di meno»). Simon trascorre le giornate schivando i rimproveri del suo tutore e le incombenze quotidiane di un ambiente rurale (zappare, occuparsi del raccolto, piazzare le tagliole, e così via). Non sa nemmeno come sia finito in quest’esistenza isolata e miserabile (il Polacco sostiene di averlo estratto dalle macerie durante la Guerra), ma la subisce senza pianificare fughe. Per sfogare gli ormoni abusa di una gallina che gli attacca lancinanti infezioni veneree e, negli ultimi tempi, spia una famiglia rifugiatasi in uno stabilimento abbandonato. Questa routine, però, serve solo a colmare una lunga attesa, in vista di una «misteriosa missione»: un giorno, infatti, il Polacco si mette «a scavare […] gallerie, cunicoli. Ci scompare dentro e affiora […] con un fardello di piccoli forzieri» che contengono «disegni tecnici, progetti edilizi, faldoni ricolmi di calcoli complicati», e poco tempo dopo un elicottero deposita in giardino tre militari, giunti a reclutarlo: i tempi sono maturi, infatti, affinché l’uomo torni nella Capitale nelle vesti del Grande Urbanista. Costretto a seguirlo, Simon si ritrova in un grottesco regime totalitario, nel quale affronterà un’amara resa dei conti, troverà l’amore (anche se durante il primo rapporto l’interessata «sbadigliava continuamente») e andrà incontro a un riscatto del tutto inatteso…

Per apprezzarlo è meglio chiarire che Genesi 3.0 non è un romanzo distopico, perché non ipotizza un futuro indesiderabile, bensì costruisce una dimensione alternativa. Lo si potrebbe considerare una fiaba nera, se il registro istrionico e le scorribande tragicomiche non ricordassero quelli del Bardamu di Céline. Il modello più vicino è appunto quello del romanzo picaresco, del quale Simon ricalca il protagonista tipo («racconta egli stesso le proprie disavventure […]; immerso fin dalla nascita in una vita di stenti […] rimane nel corso delle vicende un primitivo, più che un semplice; […] Ignaro di ambizioni […] si muove entro un ambiente gretto e meschino […] e della vita possiede soltanto le astuzie, i raggiri, gli egoismi», da Treccani.it). Quest’aderenza, però, non significa che Genesi 3.0 sia un esercizio di stile. L’obiettivo è l’intrattenimento colto, condito da turpiloquio («Uno di questi giorni ti sfondo il cranio e ci cago dentro». […] «Fino a quel giorno tieniti la lingua nel culo»), orrore gratuito (il pestaggio dell’oste focomelico, l’esecuzione del bimbo macrocefalo) e refrain comici surrealisti (la nomenclatura di piante inesistenti). Se ne sconsiglia quindi un’interpretazione politica, magari invogliata da battute come «Io lo conosco il Potere, velenoso come una radiazione» (sono concetti che si ritrovano in qualsiasi immaginario); anzi, il turpe universo di Calvisi risulta vivido e divertente proprio perché svincolato dall’analisi sociale, così come il medioevo de L’armata Brancaleone era suggestivo perché rinunciava a qualsiasi pretesa filologica. Si ha al massimo la tentazione di sovrapporre il Polacco al Bertoldo letterario e cinematografico («un villan […] / Che più d’orso che d’uomo avea figura, ma di tant’alto e nobil’intelletto»), e di conseguenza Simon a Bertoldino (nel romanzo non mancherà un Cacasenno). È insomma un’avventura priva di intenti morali, l’opera coraggiosa di un autore che ha fatto dell’eclettismo il suo marchio di fabbrica, e Calvisi (classe 1967 e diverse pubblicazioni alle spalle, tra cui l’ottimo e ben diverso Un mucchio di giorni così ) merita di ricevere maggiore attenzione, anche in virtù del brio che accomuna la sua eterogenea produzione.



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