Gennaio senza nome

Gennaio senza nome
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Gli uomini, si sa, hanno da sempre la mania di camminare, ed è quindi per questo che hanno bisogno delle gambe: ma non è poi così facile capire da subito la verità, ovverosia che in realtà è l’aria a sospingerli. Hanno un solo, piccolo orecchio su ognuno dei lati della propria testa, un padiglione minuscolo che però è sufficiente a farli correre a ogni minimo rumore. Infatti non sanno proprio starsene tranquilli, né sono in grado di vedere oltre, lontano, al di là del loro piccolo naso. E per giunta hanno una fissazione: la velocità. Non si accontentano delle ruote, vogliono le ali. Ignorano che una volta nati mettono radici, anche se non vogliono, e che non serve nessun particolare tipo di stratagemma: non conta la carne, conta la linfa. Lei invece è nata in piedi ed è da sempre alta, più di quanto invero non si addica alla sua età… Si direbbe che quell’uomo, Louis Le Portiller, abbia oramai all’incirca settant’anni. In pratica non ce la fa più, poveretto, neanche a trascinarsi. Scheletrico, emaciato, macilento, con i capelli bianchi. E inoltre è sdentato, dato che è talmente dimagrito da non essere più in alcun modo in grado di portare la dentiera, che ora infatti mostra a tutti custodita con cura fuori dalla sua bocca, in una scatoletta di cartone… Il Malaga è contento quando lo trasferiscono da un campo all’altro. È diverso dagli altri. Completamente. La maggior parte protesta quando spunta un cambiamento. Lui invece no. Anzi… Sì, è rimasto a Djelfa. Del resto, non esiste in realtà alcun valido motivo per il quale debba - o possa - andarsene altrove…

Max Aub, spagnolo (ma in patria, e purtroppo non solo, è stato ‒ benché autore prolifico e di grande ed evidente spessore ‒ a lungo pressoché del tutto sconosciuto) nato a Parigi da padre tedesco e madre francese nel 1903 e morto dopo decenni d’esilio a Città del Messico nel 1972, tre anni prima del pur ben più anziano Francisco Franco, il dittatore che ha avversato per tutta l’esistenza, è stato poeta, drammaturgo, romanziere e autore di racconti. Ha dedicato un’elegia a Che Guevara e una biografia immaginaria a Jusep Torres Campalanas, un pittore coevo di Picasso ma vivo solo nella sua mente. La gran parte della sua opera è caratterizzata da un forte realismo (tanto che leggendo pare di ritrovarsi negli ambienti descritti) curato fin nel più piccolo dettaglio e profondamente connotato in chiave politica, in cui per certi versi si può notare talvolta una sorta di riverbero di alcuni tratti della sensibilità, espressa in ogni modo con diverso stile (il suo è secco, vibrante, rapido, deciso, scorrevolissimo), comune pure ad autori probabilmente più noti, come per esempio Saramago e Vargas Llosa. Nelle otto storie raccolte in Gennaio senza nome, la sua prima antologia italiana, Aub infatti miscela sapientemente la tragica e puntualissima cronaca storica con numerose digressioni liriche, avvalendosi dell’immaginazione – che per esempio rende protagonista un saggio albero o dà corpo a una rivoluzione inventata guidata da un mitico torero – per costruire, ricostruire e testimoniare un immaginario, personale e collettivo: nella fattispecie quello dei repubblicani spagnoli, vittime di una vera e propria diaspora, dimenticati da tutti e in fuga da ognuno, isolati, circondati dal totalitarismo, frustrati, perseguitati e imprigionati. Come accadde a lui stesso, tra il 1940 e il 1942, a Vernet, in Francia, e poi a Djelfa, in Algeria.



 

 

 

 
 
 
 

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