Gente del sud

Gente del sud

Lo zio Nello era assai orgoglioso della sua libreria. “Un’antica farmacia del Settecento” raccontava a tutti, spiegando che l’aveva salvata dal fuoco per pochi soldi quando era stata smantellata, e poi l’era portata a casa: “quella libreria si era adattata alla perfezione al suo studio”. Di solito così schivo, di quel solido legno modellato a colonne squadrate sormontate da capitelli corinzi diceva: “La più bella libreria della Puglia”. Mentre indugia in quello studio colmo di migliaia di libri, Raffaello Parlante si rende conto di capire soltanto adesso che è morto di quanto quell’uomo, che lo ha amato come il figlio che non ha mai avuto e che lo ha nominato erede universale, sia stato importante nella sua vita. È tornato a casa dopo diverso tempo e gli sta capitando una cosa molto strana. In quella casa “dall’odore stantio di polvere accumulata sulla libreria che nessuno spolverava da anni” le memorie della famiglia sembrano chiamarlo. La sensazione si fa più netta quando in un altro punto della casa scorge “un volume di pelle nera con i bordi definiti da una greca continua, l’album di famiglia, muto custode d’un passato che reclamava i suoi diritti”. L’impulso di sfogliarlo è irresistibile. “Dalla prime pagine mi si affacciarono volti seri, talvolta cupi, d’altri tempi, d’altre fogge, a disagio in posa davanti al fotografo e a quella sua diabolica scatola di legno che rubava l’immagine e, forse, anche un pezzo dell’anima”. Prima che compaiano i volti dei suoi nonni e dei suoi genitori e dello zio Nello, tra tanti profili sconosciuti scorge anche quello del Morrone, la masseria che racchiude le memorie di famiglia. Cosa vogliono da lui tutte queste persone, questa gente di cui lui è l’ultimo rappresentante e che ora sembra chiamarlo? Si è fatto tardi, il funerale sta per cominciare. Ma qualcosa si è smosso in profondità, qualcosa che ha origine a Napoli, nell’agosto 1895. Quando Romualdo Parlante, giovane medico, ha visto con terrore negli occhi di un moribondo adagiato sul suo pagliericcio lercio in un basso che il colera è tornato. Da studente ha vissuto l’epidemia dell’84 e non si è mai liberato dal ricordo di quella morte orrenda che ha mietuto anche mille vittime al giorno. Non c’era scampo per nessuno, nemmeno per chi si votava, come ultima speranza, alla Madonna del Colera. E, anzi, le chiese affollate favorivano il diffondersi dell’epidemia. E adesso è tornato. Romualdo attraversa le strade di corsa, arriva a casa e impone a sua moglie Palma, incinta del loro quarto figlio, di prendere i bambini e andare a Balsignano, nelle Murge, nella casa dei suoi genitori Bastiano e Checchina. Da quella casa era andato via per fare il medico e trasferirsi a Napoli dopo aver sposato l’amata Palma, ribellandosi alla volontà di suo padre che per il suo terzogenito aveva deciso il sacerdozio. Palma non vorrebbe lasciarlo, ma Romualdo deve continuare a fare il suo dovere di medico a Napoli. Per mandarla via “dovette fare ciò che non aveva mai fatto con la moglie: impose i suoi diritti di marito e di capofamiglia”…

Dopo il caso editoriale del 2010 Lettera a Léontine e il successivo La scommessa del 2013, Raffaello Mastrolonardo torna – dopo qualche anno dedicato ad un lavoro di ricerca particolarmente approfondito, testimoniato (anche) dalla bibliografia che chiude il romanzo – con una storia ad ampio respiro che ha la mole e la dignità di un romanzo storico, nonostante nell’Avvertenza iniziale lui ci tenga a sottolineare che non ha l’ambizione di averne scritto uno, “per quanto gli eventi storici siano riportati il più fedelmente possibile” e indichi con precisione le libertà che si è preso “modificando vicende e luoghi reali, al fine di adattarle al narrato”, a cominciare da Balsignano, località inventata, eppure in qualche modo summa di tanti comuni dell’entroterra murgiano. Nonostante il successo dei libri precedenti dell’autore barese, capace di toccare le corde del cuore dei suoi lettori – e soprattutto delle tantissime lettrici che lo seguono con affetto sui social e alle presentazioni – con la sua scrittura efficace e delicata allo stesso tempo, questa saga familiare di donne e uomini coraggiosi che non hanno paura di affrontare la vita con determinazione, decisi a non arrendersi ai momenti difficili della storia, personale e propriamente intesa, è qualcosa di assai più complesso. Protagonisti sono uomini come Costanzo, Aniello, Cipriano soprattutto, ultimogenito di Romualdo, onesto, testardo, coraggioso, deciso a proteggere coloro che ama e a farsi strada alla ricerca di un riscatto per sé e per la sua famiglia: della sua vicenda ci resta impressa in particolar modo l’esperienza in trincea, che è quella dolorosa vissuta da tanti uomini durante la Grande Guerra. Ma anche donne forti e determinate, nonostante il ruolo all’epoca in ombra ma probabilmente mai realmente secondario, come Palma e Gelica. La campagna murgiana, con le sue pietre come denti aguzzi che la rendono aspra ma spesso generosa, a fare da sfondo; come fulcro la masseria del Morrone, riferimento e orgoglio della famiglia Parlante. Tra cadute e rinascite, in quasi ottocento pagine di questa epopea le microstorie familiari si intrecciano strettamente con la macrostoria, ovvero con la Storia d’Italia dall’800 ai giorni nostri, compresa quella economica e sociale, narrando le mire espansionistiche, la Prima guerra mondiale, il regime fascista, le lotte politiche, l’emigrazione, la Seconda guerra, la ricostruzione, la proclamazione della Repubblica, la rinascita: su tutto l’amore e la passione, in tutte le declinazioni possibili per l’uomo. Che questa storia affascinante, corposa, ricca che si dipana attraverso il tempo e i ricordi, con una narrazione fluida ed emozionante sia la ricostruzione romanzata della famiglia di Raffaello Mastrolonardo è un valore aggiunto che impreziosisce il romanzo, corredato, oltre che dalla citata accurata bibliografia, anche da fotografie e da una utile genealogia. Nelle parole del protagonista omonimo che concludono la narrazione non è difficile leggere i sentimenti che hanno animato la ricerca dell’autore e la sua scrittura: “È di questa febbre che racconta il romanzo, più che della mia famiglia. Una febbre d’amore per questa terra che ho a lungo ignorato o tentato di dimenticare, infatuato di un altro mondo e di un’altra vita”. Lasciatevi emozionare da questo romanzo nato da una biblioteca, quella che in origine era una antica farmacia, magari capiterà anche a voi – come a chi scrive – di ricordare quella iscrizione letta e fotografata per caso durante una passeggiata ad Altamura, che indica il posto dove si riunivano in segreto i Patrioti, ovvero tutto quello che resta delle farmacia citata in Gente del sud. Oppure di leggere storie come quella dell’eccidio delle sorelle Porro, che avete conosciuto in altri libri e che vi aveva colpito al cuore già allora, perché è una storia che vi appartiene e non lo sapevate. Ma anche se non siete nati in questa terra che, come dice il nonno del protagonista/narratore/autore, “sòip’ amàur”, che vuol dire “sa d’amaro” ma anche e soprattutto “sa d’amore”, imparerete ad amarla attraverso questa lettura preziosa, apprezzando una storia familiare che è una delle tante storie che appartengono al nostro Paese, e quindi a noi tutti.



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