Giacca Bianca

Chiamatelo Giacca Bianca. È un marinaio semplice, imbarcato sulla fregata militare statunitense “USS Neversink” e qualche tempo fa – siamo a metà dell’Ottocento –, trovandosi a largo di Callao, sula costa del Perù, diretto verso Capo Horn, si è ritrovato senza il “grego”, la tipica giacca con cappuccio dei marinai. Non potendosene procurare uno, si è cucito da solo un giaccone per ripararsi dal cattivo tempo di burrasca in cui presto la nave si sarebbe imbattuta. Si tratta di una casacca fatta con tela di vele dall’aspetto stranissimo: “verso il basso di un’ampiezza addirittura da quacchero; con un colletto malaticcio che ricade giù e ai polsi un’ampiezza goffa e sgraziata”, imbottita di scampoli e pezze d’ogni sorta che l’hanno resa rigida, dura e trapuntata da cima a fondo. Ma come rendere impermeabile il suo artigianale giaccone, dato che basta un acquazzone per inzupparlo e renderlo pesante come un macigno? L’idea originaria del marinaio era pitturarlo con la vernice impermeabile, ma negli ultimi tempi i suo colleghi hanno rubato tanta di quella vernice per ricoprire i loro pantaloni e gli incerati che gli ufficiali ne hanno vietato severamente l’uso e l’hanno messa sotto chiave. Niente da fare, quindi. Il marinaio – ormai ribattezzato Giacca Bianca – come tutti sulla “USS Neversink” svolge un compito preciso: non solo ci sono squadre di marinai assegnate alle tre sommità (coffe), ma alcune mani particolari di queste squadre sono assegnate a ciascun pennone di coffa. Ecco, Giacca Bianca è responsabile del velaccio, “quella cosa che sembra l’ala di un albatro” sul pennone di riva: quando vien impartito l’ordine di spiegare il velaccio, “lui vola a riva per obbedire, e nessun altro che lui”…

Prima della balena bianca, venne una giacca bianca (sì, evidentemente Herman Melville aveva una vera e propria idiosincrasia per questo colore). Basato sull’esperienza durata quattordici mesi tra 1843 e 1844 dell’autore come marinaio a bordo della fregata “USS United States” della Marina degli Stati Uniti, il quinto romanzo dello scrittore di New York è datato 1850 e all’epoca fece rumore, oltre a ottenere un discreto successo di vendite. Mentre infatti il pubblico anglosassone fu attratto soprattutto dal lato avventuroso del ponderoso volume (quasi 600 pagine) e dalle digressioni geografiche, in patria fu l’evidente, rabbiosa critica sociale nascosta nel racconto della vita quotidiana sulla “USS Neversink” – con il brutale classismo, la metodica violenza, il cieco razzismo – a colpire l’immaginazione dei lettori, influenzando persino il Congresso americano, che a seguito delle polemiche seguite alla descrizione che Melville fa della pratica della fustigazione come misura disciplinare la abolì pochi mesi dopo l’uscita del libro. Una critica sociale che pone Melville nella scia dei grandi narratori riformisti-umanisti ottocenteschi come Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Victor Hugo e che ci regala una galleria di personaggi grotteschi, ottusi e odiosi, tra tutti lo spaventoso chirurgo Cadwallader Cuticle e il dispotico Capitano Claret. Il narratore fa spesso riferimento alla mistica degli Stati Uniti, baluardo della modernità, contrario e riscatto di un’Europa che percepisce vecchia e inadeguata ai tempi: come sottolinea giustamente nella sua prefazione il curatore Livio Crescenzi, nella sua opera “Melville riversa tutte le problematiche legate al progresso, alla missione nel mondo e al nazionalismo messianico, non tralasciando però un critica serrata quanto devastante degli ideali dominanti in America nel 1849”. Il protagonista di Giacca Bianca crede fermamente nelle mirabili sorti e progressive degli Stati Uniti e la sua incrollabile fiducia – unita a un discreto senso dell’umorismo che vena di ironia molte descrizioni – rende la “USS Neversink” un inferno leggermente migliore di quello che potrebbe sembrare e il percorso del lettore un’esperienza emozionalmente forte ma mai rassegnata. Sdegno fiducioso.



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