Giacomo l’immoralista

Giacomo Leopardi, immoralista. E già potrebbe tornare stretta, come definizione. L’epiteto a suggerire un oltre: oltre la morale, il sistema filosofico, la forma, quell’im- che immette il movimento, scardina strutture, insinua il dubbio. Dubbio di pensiero, uomo, società, sentimenti, cuore, filosofia, religione, ragione, natura, bene, male. L’im- a dare quasi il ritmo di un pensiero in divenire, quello delle pagine dello Zibaldone, dei Pensieri. Il ritmo del confronto arduo, tenace, costante con i filosofi antichi, il ritmo del sentire poetico che s’innerva nella filosofia. Ritmo del Tutto relativo, e del dubbio, e della instancabile riflessione (anche qui ritmo, tormento / luce / contemplazione / rimescolamento / passopasso). Per immergersi in questa mezza filosofia, per scrutare vicino al cuore dell’uomo, ci vuole di abbracciare una lingua “in-finita”, convertita in succo e sangue (ultrafilosofia?). Occorre un pensiero che pensi l’irrazionale, e che vada oltre, anche qui, oltre il principio di non contraddizione, ma che invece stia lì, in mezzo alla contraddizione, si faccia contraddizione nello scardinare. Immoralista, e già come epiteto stride, già non è abbastanza, Giacomo spinto in avanti “da implacabile ricerca del vero”, “ritorto su se stesso”, recupera il già pensato e mette in connessione le diverse parti tra di loro. Malinconico e gentile…

Il “Gueglio & Gueglio” che campeggia in copertina alla voce autore sta per Emanuela Gueglio, autrice di una tesi sul nichilismo in Leopardi, e Vincenzo Gueglio, scrittore di narrativa e saggistica. Qui, sono come due indagatori del mistero leopardiano, o avventurieri dell’abisso pensante e pensato che scelgono di accostarsi a materia scottante e implacabile resistendo a quelle briglie di pensiero, trattenimenti, forzature, che nel tempo hanno cercato di (tra)vestire le pagine di Giacomo Leopardi. Mondo grande e difficile, Leopardi, nel senso che nel suo inquieto muoversi fa mondo continuamente. Eccoli allora sul sentiero di parole che spesso sono state utilizzate per chiudere, confortare, impigrire quasi: nichilismo, nulla, pessimismo, male, natura, ragione. Diffidenza per la notomia, per quel nome che crediamo coincidere con la cosa, nome e conoscenza, quando il nome, la cosa, si ritraggono nel momento in cui pensiamo di averle afferrate. Cosa abbiamo, dunque, davanti noi lettori? “Un taccuino, tante domande, e una grandissima sfiducia nelle risposte”. Ecco un buon viatico, o quello che sarebbe stato un buon viatico per tantissimi studenti, per avvicinarsi a Leopardi, magari destrutturando, o un più musicale frantumando le pareti di tanta sudditanza letteraria e scolastica, quasi ad allontanare pagine, righe, parole nude, vivide, che ribollono, tenaci e a loro modo oneste, dal cuore di chi legge, e cerca, e sente. Qui, i ricercatori tentano di fare un po’ di pulizia, e dopo migliaia di pagine sulla parola leopardiana, tornare ad esse con meno schemi e più ascolto. E il loro saggio, la loro ricerca si compone di un dialogo febbrile, aperto, davvero avventuroso con esse. D’altronde, è uno stare sull’orlo del nulla.

 


 

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