Giochi tradizionali d’Italia

Giochi tradizionali d’Italia

Nella pineta di Barcola, a Trieste, si gioca alle lavre - parola che deriva dall’istriano antico e vuol dire “pietre piatte” - lasciando dei piccoli dischi, di norma gialli e rossi, il più possibile vicino a un bersaglio, un punto nero disegnato in terra. A Funes, in Alto Adige, si organizzano delle competizioni che fanno risuonare le valli a suon di schiocchi di fruste, mentre a Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona, il divertimento tradizionale è la balina, una palla elastica. Se a San Martino in Passiria ci si sfida corpo a corpo nel Ranggeln, a Monterosso al Mare, in provincia di La Spezia, in occasione della festa della Madonna di Soviore e di Fegina, l’otto di settembre, è il gioco delle noci che attira la maggiore attenzione. A Schieti, nelle Marche, si corre sui trampoli, un tempo l’unico modo per guadare le paludi; a Soriano nel Cimino, presso Viterbo, si gioca col ruzzolone, un disco di legno che ricorda l’aspetto di una di quelle forme di cacio che i montanari, nella stagione fredda, per ammazzare il tempo in passato facevano rotolare per strada (pare lo facessero già gli etruschi). Nel teramano si gioca a stù, con le carte, in osteria, e a Monforte San Giorgio, nel messinese, si fanno cadere i birilli a ogni partita di carrara

“Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori”. E di giocatori. In effetti, forse la dicitura che fa bella mostra di sé sulle facciate del Colosseo quadrato, a Roma, andrebbe completata. E il riferimento non è ai videopoker o al mercante in fiera a Natale, ma a qualcosa di molto diverso. Che ha a che fare col passato, la nostra memoria condivisa, i valori, le priorità, l’educazione, le radici: la tradizione. Un tempo sia nelle campagne, meno vuote di oggi, che in città, certo non c’erano le attuali possibilità di svago: così, bisognava ingegnarsi. Creatività e semplicità: queste le caratteristiche di un mondo più autentico e a misura d’uomo. E dei giochi tradizionali, incredibilmente numerosi, variegati, amati e diffusi, raccontati in questo libro, un vero viaggio su e giù per lo Stivale in ogni direzione, con splendide immagini ed estrema dovizia di particolari. Un racconto attraverso usi e costumi approfonditamente descritti, che è una puntuale testimonianza del recupero e della custodia del bene più prezioso di una comunità: il ricordo. Soprattutto, anche attraverso attività solo in apparenza futili, di ciò che è stata. Perché così può essere ancora accogliente e viva.



 

 

 

 
 
 
 

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