Giorgio Perlasca - Un italiano scomodo

Giorgio Perlasca - Un italiano scomodo
Giorgio Perlasca (1910 – 1992) fin da giovane aderisce al partito fascista e combatte prima in Etiopia e poi come volontario in Spagna con i falangisti di Franco, rinunciando ad un posto di lavoro sicuro. Non approvando le leggi razziali antisemite promulgate da Mussolini, non si iscrive più al partito e, richiamato nuovamente alle armi nel 1939 con il ruolo di istruttore teorico e pratico all’uso dei cannoni, viene congedato dopo soli due mesi, dal momento in cui i suoi superiori si accorgono che il giovane non condivide il patto con Hitler e le leggi razziali. Dopo l’esperienza nell’esercito ottiene un lavoro come rappresentante commerciale per una ditta di import-export di bestiame, avendo modo di viaggiare molto nell’Est europeo già in guerra. Assiste così ai primi massacri di ebrei a Zagabria e Belgrado. Per lavoro si trasferisce a Budapest dove la ditta ha una base commerciale. Messo alle strette dalla guerra, con la possibilità di rientrare e mettersi al sicuro, sceglie invece di rimanere, falsificando la sua identità e, grazie all’appoggio di alcuni diplomatici e alle sue doti relatore, assumere quella di Jorge Perlasca, funzionario di legazione spagnola. Con questa nuova identità si adopera in tutti i modi per togliere ai nyilas (i nazisti ungheresi) quanti più ebrei possibile, assistendoli e confortandoli con ogni mezzo, mettendo a repentaglio quotidianamente la propria vita col rischio di essere scoperto. I suoi sforzi consentono di salvare migliaia di ebrei dal ghetto di Budapest e dalla deportazione. Con l’arrivo dei russi a Budapest, Perlasca viene guardato con sospetto perché considerato una spia tedesca e, una volta chiusa la sede della legazione spagnola, riparte per l’Italia. Una volta in patria, però, la ditta per la quale lavorava non accetta più di riassumerlo, considerando i suoi passati fascisti. Perlasca scrive quindi una lettera a De Gasperi e all’ambasciatore di Spagna a Roma, informandoli del suo operato a Budapest e mettendo a disposizione la sua esperienza. Non ottenendo risposte dalle autorità italiane e spagnole, Perlasca è costretto ad arrangiarsi con lavori saltuari, dimenticato dalle istituzioni e dalla politica. Solamente nel 1987 un gruppo di donne ungheresi si attiva per far conoscere la storia di Perlasca al mondo intero. Viene così insignito della Stella d’Oro in Ungheria, mentre Israele gli conferisce l’onorificenza di Giusto tra le Nazioni. Festeggiamenti in suo onore si tengono negli Stati Uniti e la Spagna gli conferisce l’Ordine di Isabella la Cattolica. L’Italia, troppo tardi, lo nomina Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, concedendogli nel 1992 la medaglia d’oro al valor civile e un vitalizio minimo, che Perlasca utilizzerà solo pochi mesi, fino alla morte avvenuta nell’agosto del 1992…
La storia di Giorgio Perlasca può davvero essere considerata come un esempio emblematico - nel bene e nel male, laddove il bene si riconosce nelle sue azioni generose e gratuite dettate solamente dal rispetto assoluto della vita umana, mentre il male si riconduce all’assurda capacità di uno Stato di cancellare o volutamente dimenticare le imprese di una persona tutto sommato scomoda. Dimenticato dai fascisti (era contrario alle leggi razziali), dimenticato dai democristiani e dai comunisti (era fascista e non rinnegò mai la sua militanza), dimenticato dalla Chiesa (che lo credette strumentalizzato dal partito fascista). Tutta colpa forse della sua caparbietà nel considerarsi un uomo libero da qualsiasi schieramento, convito solo che aiutare un essere umano sia al di sopra di qualsiasi ideologia politica, culturale e religiosa. In effetti, il riconoscimento di un qualsiasi gesto dentro una rappresentanza più ampia consente di spalancare porte e ottenere crediti, svendendo però il cuore e la testa per bandiere inutili e attente più alla facciata che al risultato. E così di uomini come Giorgio Perlasca si è a corto ormai, oppure le loro azioni vengono coperte e offuscate da gesti ben meno nobili ma molto più ridondanti e rivendicati da istituzioni schierate. Fa rabbia che il valore di una persona debba essere riconosciuto sempre alla memoria, come se una presenza fisica così integerrima disturbasse per la sua troppa tenacità e volontà a fare del bene sempre e comunque. A dire grazie a una fotografia sono capaci tutti.

 

 

 

 
 
 
 
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