Giorni vicini

Giorni vicini
È una lunga, silenziosa notte. Gli oggetti di sempre, ingombranti, muti, riportano a galla il soffio di corpi già freddi. Johanna si muove a disagio nel piccolo appartamento dei genitori. Sembra goffa, forse solo stanca: inciampa nello stendibiancheria posizionato all'ingresso, nei ricordi improvvisi. Quando suonano alla porta sa che non l'attende nessuna sorpresa: il “paradiso” è una pizza troppo cotta, da abbandonare sul tavolo. La donna, ferma ad una piega scura dell'esistenza, non ha molta fame: la malattia ha chiuso gli occhi stanchi della madre, l'ultima ad andarsene dopo la nonna (sempre e per sempre vecchia) e un padre ingoiato dalla passione per gli scacchi. Terminate le visite in ospedale, fatte di preghiere e pillole per dar conforto, c'è stato un addio asciutto: tanto vale, dunque, tornare subito nella casa per riordinare giornate scombinate. Per inventariare memorie, aprire cassetti scegliendo cosa tenere o buttare tra gli aneddoti e le tazze “di casa, del paese”: appartenuti a umili, onesti abitanti dei Sudeti, giunti fino al Reno senza mai liberarsi del colore della propria terra. In quelle ore funamboliche, sospese tra veglia e disperazione, Johanna sarà costretta a mettere mano al grande album in cui, giorno dopo giorno, madre e figlia hanno raccolto istantanee di un rapporto chiuso e contorto, labirinto di sentimenti: ogni gesto, sedimentato sotto strati di non detto, celato dietro il luccicore di un vincolo (troppo) esclusivo, mostrerà le prime crepe, i segni di cedimento. Johanna sarà costretta a prender fiato, molto fiato, per immergersi senza aiuto nelle trame infinite di una “famiglia in cui le cose non andavano bene”: in cui madre, padre, figlia e nonna sono stati isole, e l'affetto, consumato dalle bugie, li ha osservati da un porto nudo di imbarcazioni e parole…
Piangere non serve, i fiori non aiutano. Contro la morte siamo niente, e niente resteremo: mistero impronunciabile che ci sovrasta, porta sbarrata prima e dopo. Il passaggio, poi, un attimo appena. Meglio, allora, concentrarsi sulla vita: non il noioso scorrere dei giorni, ma l'impronta che marchia di sé gli oggetti appartenuti a chi non c'è più. Angelika Overath, scrittrice e giornalista di origini tedesche, sceglie la prospettiva delle cose e dei luoghi per raccontare una perdita: forse “la” perdita, la morte di una madre, rottura ultima ed irrecuperabile di un legame senza uguali. In Giorni vicini alza il sipario su scene d'ordinario dolore: la dipartita di una donna da tempo ricoverata in ospedale, lo strappo irrecuperabile, le rapide ed insensate mosse di una figlia senza più guida. E qui, all'incrocio tra la banale consuetudine dei sentimenti e la rivalsa della verità, la Overath decide di strappare la maschera al passato: chiude la figlia, Johanna, nello spazio asfittico di un appartamento non suo, facendole vivere una notte senza sogni ma dalle tante domande. C'è molto silenzio, in questa storia, lo stesso che avvolge la protagonista colta nell'atto di fare ordine dentro e fuori di sé: gli unici a parlare, con la sola presenza, sono la tela cerata, il crocifisso, la lavatrice. Eppure dall'anonimato comune a molti, a tutti, Angelica Overath riesce a mostrare le radici malate che rendono l'infelicità un essere dai mille volti: così Giorni vicini, lingua affilata al pari di un rasoio, stile netto e preciso come il lavoro di un boscaiolo, racconta la distanza, lo straniamento da quanto avevamo immaginato di capire su coloro che con noi hanno condiviso tempo, vincoli, gioie. In poche pagine, che inseguono il lettore mettendolo di fronte a fantasmi ignorati, l’autrice condensa molti romanzi: la perdita (di un genitore, della patria o dell'infanzia) è stimolo ad una ricostruzione minuziosa e dolorosa di un puzzle chiamato famiglia, identità. Giorni vicini si insinua tra le strette maglie del vincolo tra madre e figlia, provando a scardinare vecchie, obsolete certezze: la Overath decide però di abbassare il sipario prima che la fine arrivi, prima che il torbido, il dramma di un nucleo infelice (a modo suo) si mostri in tutta la sua sconcezza. Quanto basta, però, per farci capire che un abbraccio, se impedisce di sentirci liberi, può trasformarsi in una mossa soffocante. Che nessuna salvezza è possibile, se il primo e ultimo avamposto dell'amore è stato distrutto dal lavorio della menzogna.

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