Giovani leoni

Giovani leoni

Vedova, settant’anni suonati: la signora di Fuorigrotta si diverte a seguire la vita delle sue amiche su Facebook. In realtà il mondo virtuale è per lei un modo di sentirsi meno sola: sua figlia è lontana, vive a Torino, e anche suo figlio Carlo se n’è andato. In modo tragico, a causa di un ictus. Gesti quotidiani come fare la spesa, stirare, cucinare, diventano di contorno quando, dal momento in cui si alza dal letto la mattina, la signora mette in funzione simultaneamente tutti i suoi “attrezzi”, come li chiama lei: telefono, cellulare, computer, televisione... La signora N. è evidentemente emozionata di fronte al PC: ha un appuntamento su Skype per parlare con una persona che vuole sapere del corso, quello organizzato da Poste Italiane per insegnare agli anziani ad usare il computer, a cui lei ha partecipato. Preoccupata, la signora si ravvia la chioma bianca; purtroppo la sua “pettinatrice” quel giorno non era disponibile per una piega. Ma il suo intervistatore, apparso come per magia dall’altra parte dello schermo, si preme di rassicurarla e di metterla a proprio agio, superando i primi imbarazzanti momenti: è perfetta così, può cominciare a parlare, a raccontare. Alle sue spalle si agita il figlio... La signora Franca è inorridita dalla tecnologia: quelli delle Poste hanno proposto anche a lei di partecipare al corso, ma ha rifiutato categoricamente. Non sopporta il “ticchitì ticchitì”, quel rumore che fanno le dita quando scorrono veloci sopra la tastiera. Secondo la signora Franca quel rumore sarà la rovina del mondo, porterà le persone a non parlarsi più: i suoi stessi nipoti sono sempre attaccati a quel “coso”, il telefonino, non alzano mai la testa, non ascoltano. Fosse per lei, non dovrebbero neanche avercelo... Liana ha un viso sbarazzino, boccoli che sembrano nuvole fermati da un cerchietto che le conferisce un’aria infantile. Ottant’anni e tanta voglia di imparare, di lottare con l’alfabeto per acquistare sicurezza e non farsi fregare da nessuno. È una donna del futuro che riesce a barcamenarsi alla grande fra i tasti e le icone del computer, e che a piccoli passi è riuscita nel suo riscatto: da ragazza, era stata costretta ad abbandonare gli studi per diversi motivi, eppure allora sapeva stenografare alla perfezione, in più lingue addirittura. Quando Igiaba incontra Liana, il suo pensiero non può non correre affettuosamente a sua madre, che la lotta con l’alfabeto l’ha dovuta sostenere proprio dall’inizio, imparando da zero a leggere e scrivere: nella sua terra natia, la Somalia, era riuscita a frequentare la scuola solo per sei mesi... Michele ha quasi novant’anni e ha sempre fatto l’agricoltore nelle campagne in provincia di Bari: prima di fare il corso non aveva mai acceso un computer, e non intende nemmeno acquistarne uno per la verità, ma al corso ha comunque riempito il suo quaderno di schemi e nozioni, così da non dimenticare niente; una volta appreso come fare ricerche su Google, subito è andato a curiosare sulle novità riguardanti le macchine agricole, dato che la terra ha da sempre rappresentato il suo sogno, tutto il suo universo: possederla, farla fruttare, inebriarsi dei suoi odori...

La collaborazione tra Poste Italiane e la Fondazione Mondo Digitale ha dato vita, nel 2016, ad un interessante progetto denominato “Nonni in rete. Tutti giovani alle Poste”, attraverso il quale i partecipanti, tutti over 65, hanno cominciato a familiarizzare con l’uso di computer, tablet, e telefonini di nuova generazione. Niente di trascendentale: utilizzare la posta elettronica, conoscere piccoli pezzi di mondo attraverso Google Maps, collegarsi a Skype per comunicare con i figli e i nipoti lontani; cose semplici per chi nell’era digitale ci è nato, ma proviamo ad immaginare nostro padre o nostro nonno alle prese con schermo e tastiera. Superare la diffidenza verso le nuove tecnologie, ma anche l’isolazionismo a cui questa diffidenza può inevitabilmente portare, è stato uno dei principali obiettivi del progetto, “(...)un obbligo e una vera urgenza etica:qualcosa che dobbiamo al nostro Paese e, per noi di Poste, un tributo sentito ai valori della nostra tradizione aziendale (...)”, come lo definisce Francesco Caio – Amministratore delegato di Poste Italiane – nella sua prefazione al libro. Così, gli over 65 sono tornati sui banchi di scuola, con una grinta e una voglia di rimettersi in gioco davvero encomiabili: tutor designati all’insegnamento – uno per ogni “nonno digitale” ‒ sono stati gli alunni delle classi di informatica delle scuole partecipanti al progetto (passate da sei a trenta nel giro di un anno) in un incontro/scontro generazionale che ha rappresentato il valore aggiunto del corso; un arricchimento culturale e umano che Giovani leoni si incarica di testimoniare e tramandare attraverso la penna di dieci autori italiani, che hanno accettato con entusiasmo di andare in giro per lo stivale a chiacchierare con allievi e tutor. Dieci racconti, innumerevoli testimonianze (alcune delle quali riportate dagli autori in quel modo teneramente sgrammaticato di chi a scuola non ci è mai potuto andare) nelle quali l’esperienza legata alla partecipazione al corso rimanda inevitabilmente al racconto della vita: povertà, duro lavoro, guerra, immigrazione, amore, matrimonio, famiglia, lutti. Gli over 65 le battaglie le hanno combattute direttamente sul campo, diventando un’inesauribile miniera di esperienze vissute con un’intensità che difficilmente accompagna e accompagnerà le generazioni future, la cui esistenza è destinata ad essere “filtrata” da uno schermo. Alla vena nostalgica che contraddistingue tutti i racconti, si affianca la preoccupazione crescente, comune ad entrambe le generazioni, di una sopraffazione tecnologica: le macchine hanno già cominciato da tempo ad affiancare l’uomo in ambito lavorativo, ma un giorno potrebbero sostituirlo del tutto. E in ambito personale? Ci si potrebbe ridurre un giorno, ad avere solo rapporti virtuali, facilmente e comodamente gestibili dal PC o dal telefonino? Già ora, da alcuni racconti, Il pranzo di capodanno di Alessandro Leogrande, per esempio, emerge come l’uso di Skype sia un modo per “sfruttare” i nonni lontani, eletti baby sitter a distanza senza doverne necessariamente tollerare la presenza diretta in casa: basta accendere il computer, mettere i figli davanti allo schermo e assentarsi per fare le faccende domestiche. Tutti contenti, insomma. Affidarsi alle macchine, anziché alle persone. Un uso eccessivo della tecnologia che marcia verso l’autismo, verso l’Io. Involuzione della specie. Un mondo informatico gestito da ottusi. Affermazioni estreme che escono proprio dalla bocca di due “nativi digitali”, Erika e Thomas, classe 1997, tra i protagonisti del corso in qualità di tutor intervistati nel racconto Futuro anteriore di Angelo Ferracuti (curatore tra l’altro dell’intera raccolta assieme a Marco Filoni). I due ragazzi, studenti della scuola Duca D’Aosta de L’Aquila, hanno vissuto in prima persona gli scenari apocalittici del terremoto che ha devastato la città e i suoi dintorni, ma di fronte alla sua lenta ricostruzione ipotizzano lo scenario altrettanto avvilente di una città futuristica robotizzata e fortemente inquinata, fatta di macchine volanti à la Philip Dick ed enormi schermi “orwelliani” appesi ai muri.



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