Gioventù

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Cape Town, primi anni Sessanta. John è uno studente universitario della facoltà di Matematica che vive in un monolocale nei pressi della stazione ferroviaria di Mowbray. Ha solo diciannove anni, ma “sta ritto sulle sue gambe, non dipende da nessuno”. Dal lunedì al venerdì il suo lavoro consiste nel presidiare la sala di lettura bibliotecaria nelle ore serali, dieci scellini a sera guadagnati senza troppa fatica. E questo non è il suo unico impiego: il mercoledì pomeriggio è tutor degli studenti di matematica del primo anno, il venerdì aiuta gli studenti dell’ultimo anno del corso di storia del teatro nello studio di alcune commedie di Shakespeare e nel secondo pomeriggio si reca in un’altra scuola per dare ripetizioni a maturandi in difficoltà; durante le vacanze lavora per il Comune estrapolando dati statistici dai rilevamenti sui nuclei familiari. Questi lavoretti sommati gli permettono di cavarsela economicamente; per il resto conduce una vita semplice e segue una dieta frugale fatta di zuppa di ossobuco e fagioli, frutta di stagione e latte. Il suo abbigliamento è essenziale: una giacca ed un paio di pantaloni buoni che indossa a lezione, ed abiti vecchi da tenere in casa. Le relazioni con l’altro sesso non sono molto durature, ma ogni volta che si interrompono John non può fare a meno di sentirsi sollevato: l’intimità e la convivenza finiscono sempre per togliergli il fiato quasi fino a soffocarlo. Nella tranquillità ritrovata può dedicarsi alla lettura: Ezra Pound, soprattutto, “costretto all’esilio, poi incarcerato, quindi espulso una seconda volta dal suo paese natale […] obbedendo al suo demone, Pound ha sacrificato la sua vita all’arte”. E anche lui, come Pound ed Eliot deve essere in grado di sopportare le prove che la vita ha in serbo per lui, perché “molti sono chiamati, ma pochi eletti”...

Secondo della trilogia Scene di vita di provincia (presentata sotto forma di romanzi, ma a tutti gli effetti un’autobiografia), Gioventù abbraccia gli anni dai diciannove ai ventitré in cui Coetzee – siamo nei primi anni Sessanta – abbandona i disordini politici di Città del Capo e si rifugia a Londra, convinto che solo una grande città europea possa essere la cornice ideale della sua realizzazione come poeta e scrittore. E così pur non disdegnando la matematica, trascorre ogni momento libero a leggere Pound, Keats, Baudealaire e Nerval aspettando che il suo destino si compia. A Londra però John non riesce a vivere, non riesce a lavorare (accetta un impiego come programmatore all’IBM perché questo gli permette di non lasciare la city benché gli assorba ogni energia) e non riesce neanche a scrivere. Si scontra con quella che è la dura realtà: i tanto agognati circoli letterari sono club esclusivi, le donne che vagheggiava come straordinarie muse ispiratrici sono spesso ordinarie (e con esse instaura rapporti brevi e tormentati), gli amici si rivelano pochi. La tanto agognata terra promessa non fa che dimostrarsi una trappola regolata dagli interessi e dalla logica del profitto, in cui tutti hanno aspirazioni mediocri e nella quale finisce per sentirsi solo, sudafricano sdradicato ‒ senza identità e senza futuro ‒ incapace di tornare sui suoi passi, perché ha giurato di tagliare ogni legame del passato (compreso quello con la madre, che continua a scrivergli una lettera a settimana nonostante lui la senta ormai come un’estranea), perché questo significherebbe dichiarare pubblicamente il fallimento. “Se ci fosse più calore dentro di lui, troverebbe ogni cosa, senza dubbio, più facile: vita, amore, poesia […] E qual è il risultato di questa mancanza di calore, di questa mancanza di cuore? Il risultato è che se ne sta seduto solo, una domenica pomeriggio, in una stanza al piano di sopra di una casa nel cuore del Berkshire, con le cornacchie che gracchiano nei campi […] a giocare a scacchi con se stesso, diventando vecchio, in attesa che scenda la sera così che in buona coscienza potrà friggere le salsicce e il pane per la cena”. L’atmosfera cupa, lo stile asciutto e la narrazione in terza persona, ne fanno un romanzo che richiede soste di lettura, non fosse altro per il senso di ineluttabile sconfitta che si respira dalla prima all’ultima parola.



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