Giuda

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Shemuel esce di notte, spesso con la pioggia, a passo pesante come la sua stazza impone e sostenuto come la sua asma e il cuore dilatato non permetterebbero. E va. Semplicemente va, fino alle periferie, al buio più pesto e alle recinzioni metalliche e le torce puntate dai guardiani di notte, gli unici stimoli che lo risvegliano dalla trance iperattiva e lo rimandano a casa, ad annullarsi fino al pomeriggio dopo sotto le coperte rifugio. Shemuel è deciso. Gerusalemme non fa più per lui. La tesi sulla figura di Cristo letta in chiave ebraica è ad un punto morto, checchè ne dicano i professori, Yardena lo ha lasciato e ora si sposa con uno che, da manuale, rappresenta tutto quello che lui non è, ponderato e preciso. Ma il giorno in cui affigge sulla bacheca dell’università l’annuncio per vendere la sua chincaglieria elettronica un curioso bigliettino attira la sua attenzione. Diventare il conversatore abituale di un anziano sconosciuto. Vicolo Rav Albaz 17. Un giardino fuori dal tempo e nel tempo infinito. Il silenzio puro prima delle molte parole illuminanti di una strana avventura...
Amos Oz torna a distanza di due anni dal Tra amici che aveva raccontato i kibbutz in rapidi e puliti colpi di penna, con un romanzo monumentale - per i temi più che per la mole - un bellissimo, elegante tracciato di vite che si intersecano. Sul filo della nebbia che circonda le identità anagrafiche dei peronaggi si infittisce una trama più che fisica di personalità volumetriche multisfaccettate. La scrittura è quella impeccabile di sempre, il sentimento intimo lo avvicina ad Una storia d’amore e di tenebra, che perde il primato (pluridecennale) di poeticità assoluta e sconcertante maestria nel creare per concetti liquidi parole da far calzare loro come un guanto, a volte di seta, a volte di lana (d’acciaio). Un piacere per il pensiero estetico che prende forma nella lingua, che si rigenera nella lettura e si rimpolpa, e insieme per il pensiero logico che con estrema consequenzialità è guidato dai giardini ai salotti, alle cantine umide della mente. Non un trattato filosofico sul tradimento, amoroso, religioso, verso sè o contro gli altri, ma un fluire di verità, debolezze, ironie e ineffabilità divertono di quel divertimento che non fa ridere, bensì che è stimolo alla mobilità intellettuale; ci si può dimenticare di averne necessità, fin quando romanzi come questo non riaccendono la sete.

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