Gli anni di nessuno

Gli anni di nessuno
Gambart è in uno stato di strano torpore, quando riceve la notizia che il professore è morto.Un senso di estraneità lo pervade, sogni e realtà si mescolano in un confuso e doloroso ritorno alla veglia. Del resto il giorno, la luce, i suoni scintillanti della vita gli hanno sempre creato problemi. Gli servono alcuni minuti per rendersi conto che la voce che gli ha comunicato la notizia è quella di Annet, l’unica donna con cui ha fatto l’amore e l’unica che si è sforzato, senza riuscirci, di amare. Dunque il professor Gondrevonic è morto, il suo mentore, il suo salvatore, colui che lo ha riportato alla vita insegnandogli tutto, dopo che il padre, impazzito per la morte della moglie, per sei anni lo ha tenuto segregato in una stanza buia. Prima c’è stato l’istituto di rieducazione, dove il piccolo Gambart ha dovuto imparare a parlare, a camminare, a leggere e scrivere, poi il resto della sua vita a fianco del professore che, con i suoi insegnamenti, ha cercato di farlo diventare un uomo normale, facendogli accettare quegli anni sospesi, di buio e di nulla. Ora comincia una nuova fase per Gambart, quella in cui è definitivamente solo, quella in cui dovrà decidere – mentre scorre il film dei ricordi di una vita – cosa trattenere di una esistenza sfilacciata e inafferrabile, in cui ogni distacco, ogni addio, è servito solo a confermare la futilità degli affetti…
Una storia dolorosa, raccontata con un andamento morbido ed elegante, che diventa però una spirale capace di avviluppare il lettore e trasportarlo in quei “territori oscuri” che tutti nascondiamo nel profondo di noi stessi. Per quanto estrema, infatti, la storia di Gambart contiene degli aspetti, dei dettagli, che non possono lasciarci indifferenti. Giuseppe Aloe fa benissimo il suo lavoro di scrittore che è quello, come sostiene Orhan Pamuk, di “scavare un pozzo con un ago”, e noi – affacciandoci in questo abisso così ben cesellato – finiamo a nostra volta per fare i conti con i nostri personali “anni di nessuno”. Cos’è l’infanzia se non una stanza buia? L’immagine di noi bambini, i ricordi sui quali costruiamo la percezione di noi stessi, in fondo sono solo ombre, fugaci dettagli che ci vengono raccontati da altri, da adulti che in realtà non sanno quasi niente di noi. “Ma dei sentimenti più profondi dei bambini, dei desideri che gli fanno spaccare l’ugola dal pianto, della tristezza improvvisa che arriva senza motivo e che senza motivo scompare non si sa niente. Di quel vagare fra un interesse e l’altro, continuamente, quel passeggiare fra le cose che gli adulti non riescono a vedere. (…) Della scoperta delle parole nessuno sa niente”. Ecco, il linguaggio, la conquista delle parole, l’enorme e microscopico privilegio di poter raccontare. Non a caso nel percorso pedagogico del professor Gondrenovic la cura maggiore (la cura…) viene messa nell’insegnare a Gambart a scrivere, ma non nel modo pedante dei maestri di scuola. Gambart impara a raccontare, a inventare, a cambiare i finali, ad aggrapparsi alle frasi per rimanere a galla, per sopravvivere. E quanto questo sia vero il lettore lo scoprirà nel magistrale colpo di scena finale. Un romanzo filosofico ma con una scrittura piana e moderna all’interno della quale si celano richiami archetipici. C’è Kafka e c’è Platone, ma soprattutto c’è uno scrittore che va al di là delle mode editoriali e ci regala una storia senza tempo.

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