Gli archivi di Dracula

Gli archivi di Dracula
1897. Bram Stoker dà alle stampe il suo Dracula. Lo presenta come un’opera di fantasia, ma ci sono fondati sospetti che intendesse invece denunciare al mondo l’esistenza del vampirismo. Solo che ha sbagliato il finale. Un anonimo ricercatore ossessionato dal libro di Stoker è convinto che Van Helsing e i suoi compagni uccidendo il conte non abbiano però distrutto la sua genia. Ecco l’antefatto. È il 1876. A Kalasz Adelaide Morheim è affetta da una strana malattia che la consuma sotto gli occhi impotenti del marito Conrad. Quel male, qualunque sia la sua natura, finisce per portarla alla tomba. Conrad non le sopravvive di molto e il loro unico figlio Stephen, un bambino ritardato, va a vivere a Ravensburg con il suo tutore. Stranamente, dopo la morte dei genitori le sue facoltà mentali intorpidite si risvegliano e Stephen si trasforma in un ragazzo eccezionalmente dotato. Il suo cuore però è come raggelato, il fuoco che arde nella sua anima è freddo. Guardiamolo da vicino questo giovane singolare: snello, elegante, con lineamenti finemente cesellati su un viso pallidissimo, naso aquilino, ampia fronte lasciata scoperta dai capelli pettinati all’indietro e lo sguardo ipnotico di un basilisco. Con tale fascinosa presenza l’algido Stephen fa innamorare alla follia Elizabeth Sandor, già promessa a un altro. Ma è davvero lei che vuole, o ciò che brama è l’antico castello di cui la ragazza è erede? E cosa può mai celarsi in quel rudere? Forse è qualcosa che ha a che fare con le origini del possedimento, che appartiene ai Sandor fin da quando fu assegnato in dote a una diretta discendente di Vlad, Voivoda di Valacchia, più noto come Dracul... 
Quarant’anni fa Raymond Rudorff pubblicava Gli archivi di Dracula, che grazie a Gargoyle finalmente è uscito anche in Italia. Per ricostruire la genesi del Signore dei Non-morti questo prequel del capolavoro di Stoker si rifà a vicende reali sconfinate nel mito, un po’ come è successo alle nefandezze di Gilles de Rais che hanno fornito l’ispirazione alla favola di Barbablù. Si sa che all’origine della leggenda del conte succhiasangue c’è lo spietato Vlad, che nel XV secolo passò buona parte dell’esistenza a impalare turchi infedeli. Correva voce che fosse la reincarnazione di Satana o che avesse stretto un patto lui. Alle sue malvagità Rudorff collega quelle di una delle più famose serial killer di tutti i tempi, Elizabeth Bathory, la cui bis-bis-bis nonna sarebbe stata la strega gitana sposata da Vlad in seconde nozze. Nel suo maniero Elizabeth sottopose centinaia di fanciulle a torture raccapriccianti per soddisfare il proprio sadismo e preservare la propria bellezza ricorrendo a esperimenti occulti e bagni di sangue (in senso letterale). In questa stirpe infame vanno ad ascriversi i natali della madre di Stephen. Ma allo stesso ceppo, per via di un altro ramo familiare, appartiene anche Elizabeth Sandor, proprietaria del castello dove fu tumulato Vlad (sempre ammesso che sia rimasto a giacere nel suo sepolcro). Attraverso un abile lavoro genealogico viene intessuta una rete parentale che dal 1400 arriva fino alla seconda metà dell’800 mischiando storia e invenzione. Altri riferimenti meno evidenti sono nascosti fra le righe. Ad esempio, la guarigione miracolosa di Stephen, che sembra alludere non solo a quella dello sfortunato Kaspar Hauser, come sottolinea Gianfranco Franchi nella postfazione, ma anche a quella dello stesso Bram Stoker, che dopo un’infanzia trascorsa a letto ebbe un’improvvisa e inspiegabile ripresa. Oppure la figura di Arminius Vámbéry, il professore ungherese che qualcuno sostiene abbia fatto conoscere a Stoker le gesta di Vlad, e che qui compare in un cameo. Combinando diari, lettere e ritagli di giornale, Rudorff costruisce un romanzo gotico che ha molto dello stile e delle atmosfere stokeriane, ma che mette più esplicitamente a fuoco il tema di fondo del vampirismo. Che non è la sete di sangue, né l’erotismo del morso sul collo, ma l’ossessione di sconfiggere la morte. É questo che Stephen, in un accesso d’ira, dichiara di voler fare: “Io la morte la odio... Io non morirò! Io non posso morire! Che senso ha la vita, se poi si deve morire! Che sia la morte a morire, non io!”. Naturalmente ogni cosa ha un prezzo, e il vampiro lo paga in monete di solitudine eterna. Giunti al termine di questa elaborata ricostruzione resta la curiosità di sapere quanto sia frutto di una fervida immaginazione e quanto invece provenga da accurate ricerche d’archivio dell’autore. Di certo non sarà lui a risponderci, dato che non solo è passato fra i più nel 1992, ma ha anche lasciato di sé tracce così vaghe da sfumare nel nulla. Su di lui non ci sono biografie, né notizie in rete. Nemmeno i titolari del copyright de Gli archivi di Dracula sono rintracciabili. Quasi che Rudorff non fosse mai esistito. Un ultimo tocco inquietante che avvolge in un alone di mistero questo cult imperdibile per gli amanti dell’horror.

 

 

 
 
 
 

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