Gli assalti alle panetterie

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Tokyo, anni Settanta. Cosa può aver provocato una fame così violenta, irresistibile? I due giovani non lo sanno, sanno solo che hanno fame: “un monumento alla fame, con tanto di musica solenne in sottofondo”. Negli ultimi due giorni hanno bevuto solo acqua e ora non ce la fanno davvero più. Si armano quindi di coltelli ed escono di casa, decisi a prendersi il cibo con la forza. L’obiettivo è una panetteria poco lontana, stretta tra un negozio di futon e una cartoleria. La gestisce un cinquantenne calvo, che tutti nel quartiere sanno essere iscritto al Partito Comunista. È già pomeriggio inoltrato e nella panetteria c’è solo una cliente, una donna di mezza età sciatta e indecisa che sembra metterci ore per scegliere tra un croissant e una pagnotta. Impazienti, i due giovani aspettano che la donna paghi ed esca dal negozio. Il proprietario intanto, serafico, ascolta un disco di Wagner. Loro si fanno avanti, spiegano che hanno fame. Lui ribatte che il negozio è pieno di pane da mangiare. Sì, precisano i giovani, ma loro non hanno soldi. Potete prenderlo lo stesso, fa il fornaio comunista. Che comunista sarebbe, altrimenti. No, questo non va bene: l’idea era compiere un gesto violento, un reato. Il panettiere allora propone ai giovani affamati un patto: loro prenderanno tutto il pane che vogliono, ma in cambio dovranno sedersi e ascoltare Wagner finché lui vorrà… Tokyo, oggi. Uno di quei giovani ha fatto carriera e lavora in uno studio legale. Una notte lui e la moglie, segretaria in una scuola di design, si svegliano assieme, tormentati entrambi da una insopportabile fame chimica. In casa però non c’è nulla, solo lattine di birra, cipolle e burro. Mentre sorseggiano le birre, a lui viene in mente di raccontare alla moglie l’episodio dell’assalto alla panetteria. Lo fa così, senza pensarci e senza prenderlo sul serio. La donna invece lo prende molto sul serio, si dice convinta che quel bizzarro fornaio ai tempi avesse scagliato sui due giovani una sorta di maledizione che ora va assolutamente esorcizzata…

Dopo Sonno e La strana biblioteca terzo appuntamento per la serie di racconti di Murakami Aruki illustrati da grandi artisti del fumetto. Questa volta tocca a Igort, al secolo Igor Tuveri, una delle matite più importanti e raffinate del nostro Paese, da sempre affascinato dall’Oriente e dalla sua estetica. Il volume presenta due racconti, uno scritto nel 1981 e finora inedito in Italia, l’altro scritto nel 1985 e tratto dall’antologia L’elefante scomparso, uno sequel dell’altro. Si tratta di due sghembe “favole sociali”, disseminate di simboli – non tutti però facilmente interpretabili, o meglio alcuni facilmente equivocabili – e che ci regalano uno scorcio abbastanza inedito (per noi) di due momenti storici molto diversi del Giappone contemporaneo. La chiave di volta è forse in un lapsus: nel primo racconto Murakami si lascia infatti sfuggire che “John Lennon è morto”, dimenticando di aver ambientato la storia anni prima che questo avvenisse davvero. Ma gli anni Settanta e l’allure “insurrezionalista” sono funzionali allo scrittore giapponese per contrapporre l’assalto alla panetteria dei giovani ribelli alla rapina al Mc Donald’s della coppia di “apocalittici e integrati” del Giappone del boom degli anni Ottanta. Attraverso questo contrasto stridente infatti Murakami – senza rinunciare a un quid di metafisico nelle atmosfere, a qualche velata allusione al sovrannaturale – racconta la metamorfosi del suo paese, che probabilmente nel 1985 era diventato qualcosa di molto diverso dai suoi ideali. Una curiosità: da ognuno dei due racconti è stato tratto un cortometraggio, per la regia di Naoto Yamakawa nel 1982 e di Carlos Cuaron nel 2010.



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