Gli autunnali

Gli autunnali

Settembre, Roma ancora brucia nel rigurgito dell’estate che scema troppo lentamente in uno stillicidio di caldo e traffico. Un uomo di mezza età contempla la città dalla finestra, mentre la moglie Sandra lo osserva stesa sul letto, nuda. L’estate o le vacanze al mare hanno polverizzato il suo rapporto amoroso per una donna, probabilmente ignara di quei suoi pensieri, ancora piacente, seppure con addosso i segni del cambiamento su di un corpo massiccio ma proporzionato. Il “disamore” tra due coniugi, più che il processo costruttivo dell’amore, è l’ossessione regina che quest’uomo tormenta. Come ci si arriva a una sconfitta del genere? In ogni caso, non c’è voglia di rivincita. Questi pensieri riverberano nella sua condizione di scrittore volontariamente fermo, che di tale status quo fa una sorta di condizione preferenziale da mantenere il più a lungo possibile. Situazione che condivide con l’amico e collega Gittani, amante dell’infermiera che assiste la moglie ricoverata in ospedale e malata terminale. Vagando solitario tra i volumi di un mercatino dell’usato, l’uomo si imbatte in un vecchio libro su Modigliani nel quale scopre una fotografia di Jeanne Hébuterne, compagna dell’artista, che nel gennaio del 1920, dopo la morte di Modigliani e al nono mese di gravidanza, si gettò dal quinto piano di un palazzo, morendo sul colpo. Per lo scrittore è un amore a prima vista. La fotografia diventa la sua nuova ossessione, il colpo di fulmine per una amante già defunta, un miraggio fantasmatico che in principio sembra manifestarsi durante i rapporti sessuali con la moglie ‒ tramite la sensazione del peso di un piede sul materasso ‒ e che poi si incarna in Gemma, cugina di Sandra e compagna di uno squattrinato pittore. Inizia così la sua battaglia per conquistare lo spirito che abita in Gemma e l’uomo lo fa con ogni mezzo a sua disposizione, senza scrupoli, mentre la sua ossessione tracima come un fiume in piena fino a diventare violenza e caduta libera verso un vero e proprio delirio mentale oltre che amoroso e artistico…

L’intolleranza sempre più sviluppata verso il genere umano, per il nostro odioso protagonista, pare derivare dall’essere uno scrittore e, ancor più, dall’esserlo senza avere nessuno stimolo a creare, come se la sua arte si fosse ridotta ormai a ulteriore peso o fantasma angosciante di una vita apatica. A tale proposito, pare quasi una moda l’uso di scrittori come personaggi feticcio, demoni o divinità che siano, spesso privati dell’identità anagrafica in mezzo a gente che un nome proprio ce l’ha, e che odora di transfer dal retrogusto sospetto. Essere un “autunnale”, sentirsi cioè decadente e felicemente fin de siècle ‒ “non c’è più clorofilla nelle nostre vene” dirà a un certo punto lo scrittore-non-scrittore ‒ di certo non basta però a definire il pensiero ultimo di quello che risulta essere un vero e proprio misogino. Tale è il grado di insoddisfazione raggiunto da questo uomo benestante, un tempo artista che del talento sempre vivo degli altri fa un punto d’invidia sempre più grande, come un cancro che lo corrode al pari di quello della moglie di Gittani, da averlo logorato fino un punto di non ritorno. Non è certo una bella persona, questo signore, forse d’ispirazione kubrickiana dato il citato Eyes Wide Shut, pellicola il cui senso profondo sfugge alla moglie che del defunto regista adora ogni capolavoro e che compare in punti strategici della trama. Ma questo non può essere motivo di critica efferata. Perché su questo romanzo uscito a febbraio si è già molto discusso. Ma più che i commenti dei lettori, che in quanto veri destinatari di un libro dovrebbero essere considerati come i più importanti, al solito si dibatte molto più sulle opinioni di certi colleghe scrittrici e colleghi scrittori, che si accaniscono sul profilo di un uomo di certo abbondantemente odioso, il cui solo pregio è quello di vivere e saper descrivere una Roma decadente, simile alla foglia che si stacca dall’albero e lentamente cade a terra, folgorata da una luce carica di colori. Si può invece disquisire sull’improvvisa accelerata poco convincente sul finale: come se Ricci, affaticato per aver molto ragionato in profondità e a velocità moderata sull’amore e il disamore, sui fantasmi e sulle ossessioni, su Roma e i romani, sulle stagioni della vita, del corpo e della mente, si sia all’improvviso ritrovato, non a corto di idee, ma senz’altro da dire se non della mossa finale, del gesto folle ma oramai anche prevedibile.



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