Gli inconvenienti della vita

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Theo ce la sta mettendo davvero tutta a superare il dolore del “suo” incidente, ad assumersi la responsabilità della sua felicità, o infelicità. Ma nonostante il suo impegno la vita non ha ripreso a girare, anzi, la sua sensazione è di esser stato esiliato, bandito dalla sua parte migliore e più creativa. Blocco dello scrittore, lo chiamano. Ma Theo sa che c’è molto di più, e questo di più non è riparabile. Non sarà Natasha, non sarà Stefano, non saranno gli aghi del dottor Ying. Semplicemente, “ci sono cose che non si possono aggiustare”… Ospitare a casa la famiglia degli Escobedo, vittima della recente alluvione, era stata un’idea del nuovo pastore, il Reverendo Judy. Così per i coniugi Bird sono iniziati gli unici undici giorni “diversi” della loro recente vita: ad esempio, sono tornati a dormire nello stesso letto, cosa che avevano smesso di fare da tempo. Ma il signor Bird non ha lasciato ulteriori spazi di condivisione oltre a questo. Anzi, arrivate le roulotte per gli sfollati, ha chiesto a sua moglie di smetterla di andare in chiesa la domenica. L’ultima delle abitudini della loro vecchia vita che aveva resistito alla loro personalissima e tragica “alluvione” è stata appena cancellata…

Quanta poca speranza se un inconveniente della vita te la annienta, la vita. I pochi personaggi di questi racconti si portano addosso un carico di sofferenza e dolore impossibile da spartire persino con la persona più vicina. Un dolore che ha ridotto la loro anima in pezzi talmente piccoli da rendere vano ogni tentativo di rimetterli insieme. A che pro? Tanto nulla potrà mai tornare come prima. Eppure, anche se minuscola, anche se non immediatamente riconoscibile, una scintilla c’è: possono essere le mani di uno sconosciuto che ti tocca per strada, o la vicinanza forzata con una sofferenza diversa dalla propria. Piccole scintille che illuminano il buio e indicano una direzione. E al diavolo se questa direzione porta a un dolore ancora maggiore, almeno sarà transitorio. La delicatezza dei toni con cui Peter Cameron sceglie di descrivere la depressione dei suoi personaggi è struggente quanto la sofferenza che provano. Non ci sono gesti eclatanti, scene di rabbia, non ci sono urla di disperazione. Ci sono vite “ridotte”, esili profili di ciò che un tempo erano state persone felici e con un loro posto nel mondo che si ritrovano ad occupare gli spazi cercando di dare meno fastidio possibile, continuando a ritirarsi sempre di più, fino a scomparire. Esistenze sottili a cui l’eleganza e la compostezza della scrittura di Cameron aderisce in modo perfetto lasciando intatta tutta l’essenza delle loro anime spezzate, nella consapevolezza che, nonostante tutti gli inconvenienti della vita, “esistere” è comunque preferibile.



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