Gli increati

Gli increati

Sono morto il 30 ottobre 2010, investito da una macchina mentre succhiavo un bastoncino di liquirizia. Ora discendo al regno dei morti, e per primo nella storia vi racconterò da morto il mondo dei morti. Vi racconterò cosa c’è dopo la vita, dopo la decomposizione del corpo, dopo gli ammassi verminosi che installano la propria vita sulla fine di un’altra. Io vi racconterò la vita dei morti. E cosa succede quando si muore? Niente. Tuttavia non si tratta di un’antitesi della vita, bensì qualcosa di molto diverso: una non vita nella morte, con macchine, metropolitane, treni, aerei brulicanti di morti. Alberghi, abitazioni, stazioni piene di morti che nell’oscurità esistono incernierandosi tra loro, pronti a tracimare definitivamente al morire del giorno dei vivi…

L’attesissimo ritorno di Antonio Moresco coincide con la conclusione della Trilogia dell’Increato, percorso letterario, ma oserei dire anche fisico e spirituale che l’autore iniziò quasi vent’anni fa con Gli esordi, pubblicato dopo infiniti rifiuti da parte di moltissime case editrici. La mole dell’opera è mastodontica, proprio come il suo predecessore e secondo tassello della trilogia, il vibrante e violento Canti del caos. Gli increati, simile e allo stesso tempo diverso dagli altri due capitoli, si presenta come un non romanzo voluminoso e lirico, più simile nei contenuti e nella struttura a un poema che a un’opera in prosa. Articolato in tre macrosezioni, denominate Proemio dei morti, Proemio dei vivi e Proemio degli increati, il lavoro si rivela quasi immediatamente nella sua liquidità composita e multiforme, mettendo a durissima prova i lettori meno spigliati. E forse è proprio questo l’intento dell’autore: prodursi in un’opera destinata a perdere il confronto con la commerciabilità, esibire fieramente ma senza arroganza un’autodeterminazione dello scrittore come produttore di un’ arte in quanto tale, scevra dalle logiche del mercato e per questo criptica e inaccessibile. Moresco carica a testa bassa dipingendo scenari ora apocalittici ora nostalgici, sentendosi allo stesso tempo Dante e Virgilio nel raccontare questa epopea dei morti contro i vivi, della vita che era prima e della vita che dopo, forse, sarà. Nel mentre è il solito tripudio di corpi e anime, sezionate con precisione da una scrittura chirurgica e affilata che, in un tripudio di ripetizioni degne di un aedo omerico, sa comunque inquietare, far pensare e commuovere.



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