Gli occhiali d’oro

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Anni Trenta, Ferrara. L’otorinolaringoiatra Athos Fadigati si è trasferito da pochi anni in città dalla natia Venezia, ha aperto un magnifico ambulatorio privato a due passi da Piazza delle Erbe e ha tra i suoi pazienti i nomi più in vista della cittadina estense. È stimato da tutti, per carità, ma c’è qualche perplessità sulla sua vita privata: vive da solo, si cucina da solo, passa quasi tutte le serate a passeggiare per il centro, alto e grosso, elegante con il suo cappello e gli occhiali rotondi con la montatura d’oro e poi di solito se ne va al cinematografo, seduto nelle ultime file in platea. Perché mai un così buon partito non prende moglie? Perché mai un uomo di quasi quarant’anni tratta con così fredda, elegante cortesia le procaci infermiere del suo ambulatorio o dell’ospedale in cui lavora la mattina? Mentre in città fervono le ricerche sulla ragazza adatta a Fadigati, si inizia a spargere una diceria: il dottore è omosessuale, ecco svelato l’arcano. La faccenda – sebbene spinosa – viene però affrontata dalla gente con bonaria tolleranza, visto il comportamento pubblico ineccepibile del Fadigati, ci si limita a battute, lazzi e gesti volgari al bar. Ogni martedì e venerdì il medico si reca a Bologna in treno perché “si è messo in testa di prendere la libera docenza” e proprio durante quei viaggi viene notato da un gruppo di studenti universitari, tra i quali il bel tenebroso Eraldo Deliliers. A poco a poco Fadigati diventa loro amico e confidente…

Libro secondo del cosiddetto Romanzo di Ferrara, personalissima sistemazione organica di quasi tutte le sue opere in una sola a cui Giorgio Bassani lavorò fino alla sua morte, Gli occhiali d’oro apparve la prima volta in “Paragone – Letteratura” nel 1958 e in volume per Einaudi lo stesso anno. Nel 1970 e nel 1974 uscirono nuove versioni del romanzo, che trovò la sua forma definitiva solo nel 1980: tra tutti i testi di Bassani questo è il più tormentato e rimaneggiato. È del 1987 l’omonimo film per la regia di Giuliano Montaldo e interpretato da Philippe Noiret e Rupert Everett. Se la versione cinematografica “stressa” di più la tematica omosessuale, usando il tòpos anche estetico del gay di mezza età sfruttato e maltrattato da un giovane amante spregiudicato e anche dell’altro grande argomento trattato – le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 – offre una visione abbastanza convenzionale, il romanzo è più sfumato, vive di mezzi toni. Bassani descrive l’opprimente perbenismo e lo strisciante razzismo della provincia e solo di rimbalzo racconta le storie delle vittime di tale perbenismo, di tale razzismo. Lo stile è garbato, ellittico, come fosse il racconto d’un signore d’altri tempi, che non ha bisogno di un realismo crudo per dare il senso di eventi drammatici e dolorosi.



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