Gli ultimi fuochi

Gli ultimi fuochi
Cecilia Brady è la figlia di un famoso produttore cinematografico. Tuttavia il mondo luminoso e patinato degli studios non le fa né caldo né freddo, avviluppato nelle sue ipocrisie a cinque stelle, autoreferenziale e clientelare. Sull’aereo che la porta a Hollywood ci sono anche Wylie White, uno sceneggiatore alcolizzato dalla lingua tagliente e Manny Schwarz, tycoon caduto suo malgrado in rovina. Nell’appartamento nuziale invece, si trova il signor Smith, come lo chiama White, altrimenti noto come Monroe Stahr, una delle più influenti personalità del mondo del cinema. È un uomo che si è fatto da solo, partendo dalla gavetta e giungendo fino ai vertici dell’industria cinematografica a stelle e strisce. Temuto e rispettato, dedica anima e corpo al suo lavoro, soprattutto da quando sua moglie Minna è venuta a mancare…
Gli ultimi fuochi - ben più incisivo nel suo titolo originale, The last tycoon- è stata l’ultima fatica di Francis Scott Fitzgerald, autore noto ai più per aver saputo dipingere la tragica frivolezza dell’Età del Jazz in  romanzi come Il grande Gatsby e Belli e dannati. Rimasta incompiuta per la prematura morte dello scrittore (avvenuta nel 1940, a soli 44 anni), quest’opera sarebbe stata senza ombra di dubbio la più completa e lucida analisi di ciò che avveniva dietro le quinte degli studios cinematografici di Hollywood. Del resto si tratta di un mondo che Fitzgerald conosceva molto bene, dato che nei suoi ultimi anni di vita, minati da depressione e guai con la bottiglia, aveva lavorato nel settore come sceneggiatore per case di produzione come la Metro Goldwyn Mayer. Solamente la redazione di questo suo grande romanzo sembrava fornirgli leggero conforto, uno sprone per non lasciarsi andare del tutto alla nostalgia del passato e alla (erronea) convinzione di essere ormai un dinosauro della letteratura. La penna dell’autore americano, mai così calda dai tempi di Tenera è la notte, dipinge con pennellate delicate ma nette un quadro tutt’altro che roseo del  mondo del cinema, avvicinandosi più a una visione disillusa fatta propria successivamente da registi come Billy Wilder nel suo Viale del tramonto che a una celebrazione della settima arte. Fitzgerald mette a nudo un sistema clientelare e spietato, in cui il business soffoca e soppianta l’arte, e in questa combinazione di ingranaggi brilla di luce propria l’astro di Monroe Stahr, l’ultimo magnate, espressione lucida e magniloquente di un capitalismo razionale e aureo ma mai fine a un’ autofaga deificazione del profitto. Stahr però è anche un uomo caduto in un profondo baratro sentimentale, un uomo solo che ricorda - come lo stesso autore - una indimenticabile letizia affettiva tragicamente tramontata e dopo la quale non sembra possa più nascere alcun sollievo. La panacea di un nuovo, capriccioso amore non farà altro che aggravare la situazione, avviando il declino morale e affaristico di Stahr, l’ultimo squalo, sbranato da pesci più piccoli ma più voraci di lui. 

 

 

 

 
 
 
 
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