Gli ultimi giorni di Magliano

Gli ultimi giorni di Magliano
Alla fine degli anni ‘70 il dottor Tobino, psichiatra da quarant'anni nel manicomio di Lucca, sta per andare in pensione lasciando a malincuore i suoi matti nelle mani dei “novatori”, i sostenitori della Riforma Basaglia. La legge 180, approvata il 13 maggio del 1978, apre finalmente le porte dei manicomi ma i dubbi del medico (e dell’uomo) sono molti circa i risultati di questa improvvisa libertà – resa possibile secondo Tobino soprattutto grazie alla “contenzione chimica” dei farmaci neurolettici e antipsicotici arrivati nel 1952 – e sui suoi devastanti effetti in particolar modo sui “vecchi cronici” che affollano il reparto 6 da lui diretto e che non hanno mai conosciuto il mondo fuori da quelle mura. Unica via per far sentire la sua voce - e quella di malati e infermieri - è scrivere una lettera aperta ad un giornale, nella quale rovesciare dubbi e critiche intorno a una legge che sembra trovare le sue radici in un discorso politico e anticapitalistico più che medico-assistenziale. L’articolo esce con il titolo Lasciamoli in pace, è la loro casa e solleva i feroci attacchi dei militanti di Psichiatria Democratica che definiscono l’autore come antiquato e, peggio, servo del Potere, dando vita ad una lacerante polemica a distanza. La legge 180 è ormai realtà giuridica e i suicidi tra i malati dimessi si moltiplicano così come le critiche di uno psichiatra di frontiera in lotta da quattro decenni con deliri e malinconia. La pensione è alle porte, però, e i ricordi di una vita di manicomio per il dottor Tobino si alternano a quelli  dei momenti di “libertà” trascorsi tra le strade della amata-odiata Lucca e spesi con una donna, Giovanna, la compagna di una vita che con il suo amore riesce almeno per qualche ora a far tacere il rumore dei matti…
Un “diariuccio”, come lo definisce lo stesso scrittore viareggino, tra le pagine del quale il profilo letterario, sempre straordinariamente altissimo, si coniuga appieno con quello, altrettanto elevato, del professionista: i freddi termini tecnici della medicina, e in questo caso quelli ancor più inquietanti della psichiatria (reparto agitate, carrello delle cure, schizofrenia) si animano di nuova vita attraverso la prosa asciutta e lirica di Tobino e diventano immagini, metafore, poesia (“La follia è qui angelo appollaiato sulla mia spalla a cantarmi le sue arie”). Uno scrittore, del quale quest’anno ci celebra il centenario della nascita, che non era un romanziere di professione ma che sapeva usare il linguaggio scritto con incredibile sapienza: mentre descrive le storie suoi pazienti – “bambini senza più culla” - Tobino non usa soltanto il suo occhio clinico ma la sua acuta e profonda empatia: la vecchia sposina, il giovane frenastenico, la madre malinconica, il legionario, la diavolessa, il microcefalo che non sono freaks ma esponenti di un genere umano, più alto, più puro. Una schiera di personaggi che colpiscono per la loro teatrale veridicità e che ci consegnano la visione di un manicomio che non è istituzione chiusa e brutalizzante ma semplice comunità fatta di eterogenea e umanissima umanità. Diceva Basaglia: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”. Tobino si spinge oltre e in punta di penna ci invita a sollevare il velo su quella latente pazzia che per natura ci appartiene, uno stigma che ogni giorno ci portiamo addosso come fosse un odore sgradevole che proviamo a coprire con una goccia di costoso profumo. In copertina una potente e delicata immagine scattata da Raymond Depardon nel manicomio dell’isola di San Clemente a Venezia. Nello stesso manicomio nel 1982 il fotografo e cineasta francese girò un cortometraggio proprio per dare voce e corpo a pazienti, parenti e operatori psichiatrici alle prese con lo smantellamento di quella stessa struttura che oggi, ironie della riconversione, è stata trasformata in un esclusivo hotel a cinque stelle.

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