Gli ultimi ragazzi del secolo

Gli ultimi ragazzi del secolo

1996: Alessandro è un ragazzo come tanti. E come tanti ragazzi fatica a trovare il suo posto in questi anni ’90 così atipici e pieni di contraddizioni. Non mi sento di biasimarlo: a uno che nasce nella Milano politicizzata a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 e che riesce ad uscire vivo dagli anni ’80 i Nineties devono sembrare ben strani. Non ci sono più i blocchi contrapposti; un’intera classe politica è stata spazzata via dopo decenni e decenni di scandali e sotterfugi; in ogni casa sembra essere arrivato un benessere duraturo e all’avanguardia, segnato da comodità tecnologiche in continua evoluzione. Francamente non ci si può adattare a tutto. Va bene vivere alla lontana gli anni di piombo, in cui le parole “comunista” e “fascista” si sussurravano e si ammiravano, a seconda degli schieramenti; va bene salvarsi per un pelo dall’eroina in quel decennio di reflusso in cui il punk era visto come ultimo baluardo contro un mondo disimpegnato e dai colori sgargianti, ma assistere passivamente a una corsa verso il nulla come quella intrapresa dall’umanità negli anni ’90 è veramente troppo. Per non parlare poi dei casini nei Balcani. Oltre la lingua di mare che risponde al nome di Mar Adriatico, come tutti gli studenti d’Italia hanno potuto vedere sulle cartine geografiche appese in classe, c’era una volta la Yugoslavia. Ora non c’è più neanche quella: oltre alle ideologie, alla buona musica e al futuro ci hanno fottuto pure la Yugoslavia. E ciò che è successo da quelle parti è veramente qualcosa di inenarrabile, per ferocia e crudeltà. “Here, you are useless” – così gli ha detto Edin, un ragazzo bosniaco incontrato a Hvar, località balneare croata dove Alessandro e il suo amico Davide stanno trascorrendo le vacanze. Quelle poche parole, motivate dalla necessità di far scoprire agli occhi vergini dei turisti italiani gli orrori di una delle guerre più sanguinose della storia, convincono Alessandro e Davide a partire alla volta di Sarajevo…

Gli ultimi ragazzi del secolo è un romanzo di formazione fresco e animato da una scrittura briosa e sincera che si muove sicura raccontando con piglio autobiografico quasi cinquant’anni di storia vista dagli occhi del narratore-protagonista-autore Alessandro Bertante. Il progetto, così presentato, sembra alquanto ambizioso ma l’intelligenza narrativa dello scrittore di origini piemontesi gli consente di smarcarsi dalla freddezza storicistica del documentario raccontando in primis le sue sensazioni di fronte a un mondo in continua evoluzione quale è stato quello della seconda metà del ‘900. Risulta pertanto ovvio che le descrizioni della situazione politica degli anni ’70 siano più che altro le memorie di un bambino che con la lotta proletaria e le sparatorie ha ovviamente poco a che fare, mentre sono di gran lunga più dettagliati, completi e avvincenti i capitoli legati agli Eighties, nei quali il nostro protagonista è un adolescente tutto musica, dress code nero e ribellione a prescindere. Ad accentuare il già vispo interesse del lettore è anche il duplice piano narrativo della vicenda, che da una parte racconta la vita di Alessandro dai primi anni di vita fino al crepuscolo degli anni ’80, e dall’altra è la cronaca di un viaggio in una terra unica, avvelenata dal dolore e da una guerra che nel 1996 era ancora quotidianità prima che storia. Una scelta originale, quest’ ultima, che fornisce ancor più motivi di interesse per leggere il romanzo.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER