Glossa

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La mattina del 23 ottobre del 1961 ‒ anche se, davvero, non è importante conoscere la data ‒ Leto, Angel Leto, decide di scendere dal solito autobus che lo sta portando al lavoro (sapete, tiene la contabilità per alcuni dei negozietti del centro) e farsi a piedi tutta calle San Martín. Assecondando un desiderio improvviso, ha deciso di camminare e lasciarsi scaldare dal sole, senza fretta, anziché farsi avvolgere subito da uno di quei bui mezzanini dove lavora. Prima di incamminarsi, ha comprato un pacchetto di Particulares e una scatola di fiammiferi al chiosco lì vicino e poi si è avviato. In testa ha le parole che stamattina, a colazione, sua madre ha detto riferendosi proprio a Leto: ”Lui, che ha tanto sofferto”. Sarà per questo, forse, che ha deciso di camminare un po’. Almeno quindici isolati da fare in tranquillità, sull’ampio marciapiede e senza fretta, tra i passanti e il gioco di ombre degli alberi. Durante la passeggiata, proprio dopo i primi isolati, Leto viene raggiunto dal Matematico, mocassini bianchi e abbronzatura, un amico da poco tornato da un viaggio studio in Europa (una vecchia signora decadente, secondo lui) in compagnia di alcuni giovani ingegneri. La lenta passeggiata si trasforma in una lunga dissertazione, una parte interiore e profonda e una esteriore e solo in apparenza più frivola, su chi c’era al compleanno del poeta Washington Noriega e al quale Leto non è stato invitato, non si sa perché, forse una dimenticanza oppure chissà per quale motivo. Entrambi, sembrano vivere “l’ansia tipica degli assenti che temono che la realtà sia più intensa mentre loro non c’erano”…

Sette isolati alla volta, per tre volte. Una lunga camminata che ha a che fare con il senso della vita, con la definizione di “tempo”, coi ricordi, con la malinconia. È, lo capirete, una passeggiata filosofica, perché il compleanno del poeta è solo un pretesto per iniziare questo racconto fiume che s’interrompe per prendere fiato solo due volte. E i protagonisti di questo “viaggio”, seppur inquadrati nel periodo cupo dell’Argentina di quel tempo, sono forse degli archetipi, degli esempi. Come il Matematico e Washington Noriega, che il loro comune amico e poeta Tomatis così tratteggia:”Dato che i tuoi genitori sono perfetti, ti vedi costretto a trasferire l’odio che dovresti provare per loro a tutti i membri della loro classe. Tutto il contrario di Washington che, a quanto pare, odiava a tal punto suo padre che la quota d’amore che avrebbe dovuto provare per lui l’ha trasferita a tutta la specie umana”. Non è quindi di una trama che si dovrà parlare, per spiegare questo romanzo di Juan José Saer, scrittore argentino scomparso nel 2005, ma delle innumerevoli sfaccettature che durante la passeggiata in calle San Martín emergono, si vedono, si percepiscono. La strada è la vita stessa, accompagnata dal tempo e dallo spazio, è il fiume d’aria dentro al quale il Matematico e Leto, e noi con loro, fluttuano in sincrono. Glossa è forse una proposta, non facile da leggere, per spiegare la realtà in cui viviamo: una dimensione dello spaziotempo densa, il cui centro si sposta mentre noi ci spostiamo, in una prospettiva perciò singolare eppure ancorata a quella degli altri, simile alla breve poesia composta e recitata da Tomatis: “Non vidi che era anche la mia/ la fine toccata agli altri in sorte,/ ma tra febbre e geometria/ ecco che il tempo è volato via/ e ora piangono la mia morte”.



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