Go Max go

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“Papà, me la compri un’opera?” – chiese Massimo al padre, intento a radersi e a canticchiare qualche aria di Puccini, così tanto per, non certo per attirare su di sé l’attenzione del figlio. I dischi che giravano per casa erano sempre gli stessi: Mal, Little Tony, Nada e l’ultima edizione dello Zecchino d’Oro. In famiglia si conoscevano a memoria e cambiando l’ordine d’ascolto il risultato non cambiava. Massimo voleva ascoltare qualcosa di nuovo e di diverso e la palazzina che gli Urbani avevano occupato sin dagli anni ’50, lì tra Monte Mario e Primavalle, con i continui rumori che si avvicendano senza sosta tra una radio a transistor e i battibecchi che giocoforza una famiglia numerosa deve affrontare, fu il suo primo laboratorio sonoro. Quelle sue orecchie, che lo porteranno anni più tardi a diventare una delle stelle del jazz italiano, erano sempre attente e spiegate. Pronte a captare qualsiasi suono e a tirarne fuori la musicalità...

Paola Musa, autrice con alle spalle una nutrita produzione poetica e teatrale, conobbe Massimo Urbani nella primavera del 1993, in un festival che oltre a lui ospitava anche Red Rodney, storico trombettista di Charlie Parker. Rimase immediatamente colpita dal pathos e dall’immedesimazione che il jazzista romano è stato in grado di profondere durante un assolo. Una vita sui generis e dall’epilogo tragico quella di Max, talento indiscusso del sassofono, che a un cuore troppo grande univa un’innata irrequietezza, testimoniata tanto dalle sue meravigliose esecuzioni quanto da una rapida caduta nelle maglie dell’alcol e della droga. La scelta stilistica dell’autrice di optare per una biografia romanzata e di non seguire le strade della biografia tradizionale si rivela felice e conferisce a Go Max go un andamento rapsodico e piacevole, perfettamente in linea con una vita randagia vissuta da protagonista assieme alla Roma popolare che ha dato i natali a questo diamante grezzo del jazz italiano. L’opera abbraccia l’intera vita di Urbani, dalle prime lezioni di clarinetto per suonare nella banda del quartiere fino ai concerti nazionali e internazionali, sempre all’insegna di quella selvaggia irrequietezza che lo renderà capace di perdersi per New York, di passare una notte all’addiaccio e di suonare meravigliosamente la sera successiva. Il tragico e annunciato epilogo poi, spegne con grave silenzio ogni sogno, adombrando di malinconia un racconto schietto che termina con una pausa da 4/4 e non ricomincia più a suonare.

 

 

 

 
 
 
 

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