Goodbye, Columbus

Goodbye, Columbus
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Neil Klugman, un ragazzo ebreo di modeste condizioni sociali, abita a Newark dove è ospite della zia Gladys e dello zio Max. Ha ventitré anni ed è impiegato presso la biblioteca comunale. Brenda Patimkin  è una studentessa bella e determinata, viziata e ambiziosa, che risiede invece a Short Hills. Nel facoltoso quartiere in cui il padre ha trasferito la famiglia, dopo aver fatto fortuna nel sobborgo ebraico di Newark con un’impresa produttrice di acquai e lavandini. Nel corso di un’estate, sul finire degli anni Cinquanta, i due giovani fanno conoscenza ai bordi della piscina del Green Lane Country Club, dove Neil è stato invitato dalla cugina Doris. Dopo un brevissimo periodo di frequentazione, Brenda invita il ragazzo a trascorrere una settimana nella lussuosa abitazione in cui la ragazza vive insieme con una madre che la disapprova, un padre che la venera, il fratello maggiore Ronald e la sorellina Julie. Condizionato da appartenenze sociali diverse e da aspettative inconciliabili, l’amore accende nei due ragazzi appetiti sessuali che, per via delle rigide convenzioni famigliari, richiedono sotterfugi e precauzioni non sempre infallibili…

Premiata con il National Book Award, Goodbye, Columbus è la prima opera di Philip Roth, uscita negli Stati Uniti nel 1959, quando lo scrittore aveva ventisei anni. Nel 1969 ne verrà realizzato un adattamento cinematografico diretto da Larry Peerce, con Richard Benjamin e Ali MacGraw. Si tratta di un romanzo breve, che la Einaudi editore manda in libreria corredato da cinque racconti: La conversione degli ebrei; Difensore della fede; Epstein; Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta; Eli, il fanatico. Nel libro ritroviamo la limpidezza della prosa elegante e insieme tagliente dell’autore statunitense, l’abilità con cui ha saputo spostare psicologia e scrittura verso la letteratura cosiddetta alta e alcuni dei temi narrativi che diventeranno inconfondibilmente suoi nei romanzi successivi: la ricostruzione degli ambienti famigliari e sociali dei quartieri del New Jersey in cui la piccola borghesia ebraica trascina un’esistenza misera ma tignosa; la meditazione forte e critica sulla condotta di vita di quella parte della comunità ebraica che ce l’ha fatta, intrisa di orgoglio e presunzione, di perbenismo e ipocrisia; l’angosciato inno alla morte dell’amore, che è delusione dopo essere stato solo eros.



 

 

 

 
 
 
 

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