Grande era onirica

Grande era onirica

Marta è a letto con l’Altro, un ragazzo che è più o meno il suo ragazzo. Le chiede e le richiede di descrivergli la stanza in cui la riceve la sua psicoterapeuta. E lei, passiva, metodicamente lo fa. É una ragazza di buona famiglia, Marta, che passa il tempo a spendere i soldi del padre (tanti) e a sentirsi meglio della media dei giovani che frequentano come lei l’università a Siena. Letteratura ispano-americana e una passione per lo scrivere e per il cliché dell’esistenza bohémien. Dentro di lei tutta l’ansia e la paura all’apparenza ingiustificata della sua generazione, e anche di più. Attraversa l’Era onirica del Martini, così le piace definire i diversi periodi della sua vita, ere. Quella del Martini consiste nel bere dal mattino, addormentarsi sognando terribili aborti e continuare a far finta di nulla. Una mattina un’amica la contatta perché Marta vada a formattarle il computer, puzza già di alcol, e quando la ragazza glielo fa notare lei è costretta ad inventare una scusa tanto forzata e a mettersi così rabbiosamente sulle difensive che le risulta chiaro quanto sia necessario far cessare l’Era onirica del Martini. Ma un’altra era è già alle porte, quella delle Davidoff. Le mattine e le notti del fumo rappresentano un periodo di cambiamenti quasi impercettibili, una sorta di placato malessere che si esplicita nell’uso compulsivo e passivo dei media, con relativa gestione estrema delle emozioni derivanti da eventi di qualsiasi foggia. Ma quest’ultima stagione è destinata a durare poco, la notizia di essere stata accettata per un Erasmus a Parigi, sogno di chiunque abbia immaginato anche per un momento di fare lo scrittore, porta la giovane marchigiana d’origine all’Era del Tavor, e poi a quella del Fevarin. L’unica ossessione diventa l’Altro, il ragazzo con il quale giornalmente scambia mail, e che ha sostituito al Poeta, quello che era stato il compagno della prima ora (era) e che è sparito nel nulla. Di Era in Era, di psicoterapeuta in psicoterapeuta, Marta cerca di ritrovare e di spiegarsi sé stessa…

Un romanzo d’esordio senza filtri questo di Marta Zura-Puntaroni, un susseguirsi di episodi che descrivono un’esistenza dolorosa, dai giorni duri da affrontare, ma con lo slancio narrativo e emozionale di una giovinezza nonostante tutto lucida e ironica. Mix di autobiografia e fantasia il libro racconta le Grandi Ere Oniriche di una ragazza marchigiana trapiantata a Siena, trapiantata a Parigi e poi di nuovo in Italia. Ogni Era è un lasso di tempo entro il quale la giovane scrittrice-protagonista può vagamente racchiudere un particolare stato d’animo, un’attitudine comportamentale dai confini e il movimento mellifluo, che ad intermittenza la allontana e la riavvicina a volte al mondo, a volte alle profondità più buie della sua psiche. Onesto, acerbo ma ugualmente impietoso questo lungo racconto del male di vivere mette l’accento su un disagio che nell’opinione pubblica oscilla in Italia tra il vezzo e il tabù. Spunto per riflettere sul malessere di un singolo, ma ancor di più su tutta una generazione. Una generazione impreparata al disagio, alla paura, una generazione di inadeguati: al mondo che si prospetta davanti, alle aspettative che incombono e che hanno l’ombra delle famiglie, di più, impreparati a soddisfare le smisurate ambizioni che ognuno da solo ha utopisticamente costruito su di sé. Cresciuti nella libertà più totale, con la consapevolezza (a volte neanche giustificata) di poter fare ed essere tutto quello che si vuole, i nuovi adulti si trovano a sbattere il muso contro una società in declino, dove la speranza, la lungimiranza, la gioia, il futuro non sono che archeologia emozionale di un tempo spensierato che non sembra voler ritornare. Accontentarsi, cercare con i denti di ritagliarsi uno spazio, fingersi sicuri e dar l’impressione di essere indispensabili nei rapporti privati come in quelli sociali, pur consapevoli che battaglioni di nuovi insoddisfatti aspettano alla porta che qualcuno fallisca per prenderne il posto. Uno scenario che poca letteratura se non cinematografica ha iniziato a raccontare, e che speriamo di poter presto leggere, specchiarci, e nel riconoscerci placarci.



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