Grandi momenti

Grandi momenti

Franco Scelsit è uno scrittore cinquantenne che ha da poco avuto un infarto. Nell’ospedalino dove ha luogo la riabilitazione si è creato un bel clima e i pazienti trovano anche il tempo per concedersi delle uscite insieme, in quelle che chiamano “cardiopizze”. Poi c’è da riprendere la vita di tutti i giorni, superare la paura. Ma che vita è, quella di Scelsit? La vita di uno scrittore di nicchia, uno per il quale conta lo stile, la sperimentazione. Insomma: buone recensioni dai critici più raffinati ma vendite pressoché inesistenti. Eppure lui ha una Jaguar parcheggiata in garage e una disponibilità finanziaria decisamente superiore a quella di ogni scrittore “sperimentale”. La fortuna economica gli è arrivata grazie a un editore “da autogrill” per il quale scrive, con il falso nome di Rodolfo Simonetti, dei gialli di pura evasione che hanno come protagonista l’investigatore Stan Dolero. Scelsit abita con l’anziana madre e col fratello pittore, nessuna relazione stabile e una forte idiosincrasia per tutto quello che è tecnologico. Ascolta solo musica anni Ottanta, odia la contemporaneità e spesso vive la bizzarra esperienza di sentirsi trasportato nel passato, anche dentro esistenze che non sono la sua...

Avere fame di vita non vuol dire necessariamente sentirsi appagati. Franco Scelsit è un personaggio che si consuma e nel suo raccontarsi autoanalitico ci trasporta in un mondo bipolarmente affascinante. “Devo sparare il mio corpo e la mia mente con un elastico da una parte all’altra, agli antipodi del mio vissuto. Troppo sesso o astinenza; troppa birra o sete boia; la passione o la noia.” Lo seguiamo sulla Milano Laghi a bordo della sua Jaguar tanto amata, che presto però finirà per odiare, tanto da scaraventarla nel fondo di una scarpata. Poi lo ascoltiamo dire la sua sulla realtà editoriale italiana “di quell’ambiente di culirotti, di criticastri senza muscolatura esistenziale e quelle due puttanelle che scrivevano ormai per i principali inserti culturali. Troie, troie di merda!”. Alla fine, paradossalmente, l’infarto sembra essere l’unica cosa compiuta e riuscita nella vita di Scelsit. Il suo cuore è guarito, la palestra ha rinvigorito il suo fisico; eppure c’è una lenta deriva che lo sta trascinando via, in una “huge form”, un territorio ampio e sconfinato che lo sta risucchiando: la sua stessa mente. “Ho smesso di pensare al suicidio, alla fuga estrema nel nero. Sono sospeso in una sorta di limbo, una strana pace che non mi dispiace. Credo sia una specie di rassegnazione, come fossi già morto e avessi accettato un destino eterno.” Senza nessuna forma di autocompiacimento e con uno stile curatissimo ed essenziale, Franz Krauspenhaar ha scritto un imperdibile romanzo sulla resa. “È meglio restare affamati, consumare se stessi, essere onnipotenti, desiderare tutto e poi decidere di farne a meno, chi conosce piacere più grande?”.



 

 

 
 
 
 

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