Grazie

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Dopo essere stato premiato da una giuria “per l’insieme della sua opera”, un artista sale sul palcoscenico per il consueto discorso di ringraziamento. Ciò che ne esce è in realtà un groviglio di discorsi che mettono in luce un uomo isterico, delirante e frustrato perché per anni ha scritto senza avere alcun riconoscimento e adesso dovrebbe ringraziare almeno la giuria, il pubblico e un suo ipotetico staff. Peccato che lui non ha affatto uno staff, che la giuria lo ha scelto perché così “tutti gli amici sono sistemati” e che il pubblico è lì solo perché ha ricevuto un invito, non certo perché particolarmente vicino all’artista. Non solo: poiché ringraziare è un atto intimo e personale, l’artista si trova in difficoltà a dover ringraziare “per prassi”. Sul palcoscenico c’è, dunque, un personaggio che detesta il conformismo e pertanto a maggior ragione anche il momento che sta vivendo, vincolato da un contratto che indica con precisione durata, luoghi e persino caratteristiche della prestazione di ringraziamento. Per tutti questi motivi la parola ‘grazie’, troppo spesso inflazionata e usata in situazioni di circostanza, rischia di perdere la sua importanza, di essere usata per abitudine e non perché carica d’affetto…

Se questo libro vuole essere un ringraziamento dell’autore Daniel Pennac al suo pubblico, di primo acchitto viene spontaneo chiedersi se non ci sia dell’ironia, se non ci sia del sarcasmo, se non ci sia dietro un qualcosa di non esplicitamente espresso. Di Grazie, portato sul palcoscenico prima dallo stesso Pennac in patria e poi in Italia sia da Stefano Benni (a cui è dedicato questo libro) nel 2004 che da Claudio Bisio nel 2005, si può probabilmente apprezzare maggiormente la rappresentazione scenica, cogliendone, a seconda della bravura dell’attore, tutte le sfumature, dalle più ironiche a quelle più grottesche, perché la rappresentazione teatrale apporta al testo una maggiore completezza e concretizza la versione scritta, rendendola viva e tangibile. Tre anni dopo questa versione, nel 2007, Pennac ne fa uscire una seconda dal titolo L’avventura teatrale - Le mie italiane, composta da due parti: la prima è il testo nella versione tradizionale, la seconda è una rielaborazione della prima versione avvenuta alla luce dell’esperienza diretta come attore dello scrittore in tournée: emozioni, impressioni di viaggio, problemi da affrontare come ad esempio il testo da tagliare per rientrare nei tempi. Grazie non è un testo immediato, una lettura per tutti, ma solo per chi riesce ad entrare nell’ottica di un monologo scritto per essere rappresentato a teatro e quindi che non va solo letto, ma anche interpretato.



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